giovedì 5 gennaio 2017

Le quattro Motte di Codera


La lunga cresta meridionale del pizzo di Prata divide la bassa val Codera dalla Valchiavenna. La tormentata dorsale è incisa da numerose e profonde vallecole all'apparenza inaccessibili e inospitali, ma che in  passato sono state sfruttate dai pastori. Questi hanno individuato, e talvolta bonificato, itinerari d'accesso che superano pareti e strapiombi, costruito ricoveri e piccoli alpeggi sui più terrificanti speroni di roccia o nei più cupi recessi. Oggi di quella vita passata rimangono sparute tracce. Per trovarle ci si deve avventurare tra quelle montagne selvagge, saper leggere sbiaditi e occasionali segni di passaggio e, senza la paura di perdersi, spingersi ben lontani dai sentieri segnalati. È una sorta di ricerca archeologica, con frequenti scorci mozzafiato sulla Piana di Chiavena e sui laghi di Mezzola, Dascio e Como. Solo qualche cacciatore o indigeno è in grado di fornire indicazioni e puntualizzazioni, ma anche queste persone vanno ricercate tra i repulsivi monti della val Codera o nei paesi ai piedi del pizzo di Prata.
Nell'ultima settimana ho esplorato la zona due volte: una con Pietro, in cui abbiamo toccato la cima delle quattro Motte che s'alzano sopra l'abitato di Codera; un'altra con Mario, Gioia e lo zio Luciano in cui abbiamo traversato la panoramicissima Motta di Avedeè (la cima dell'immensa parete di granito che sovrasta Novate Mezzola).
Non si tratta di itinerari semplici, perchè buona parte del tragitto si svolge fuori traccia e richiede notevole intuito, per cui mi limiterò a descriverveli sommariamente anche per non privare del gusto della scoperta chi fosse intenzionato a cimentarvisi.
Vorrei, a costo di risultare noioso, ribadire che chi decidesse di ripercorrerli deve essere avvezzo all'escursionismo esplorativo, altrimenti è meglio lasciar perdere per evitare di incengiarsi in luoghi anche pericolosi.


In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. Mi scuso per eventuali minchiate sui toponimi.


In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. La base cartografica è quella di swisstopo.ch.


5 gennaio 2017 - LA TRAVERSATA DELLE QUATTRO MOTTE DI CODERA



A NO di Codera, dalla cresta meridionale del pizzo di Prata, emergono quattro testoni arrotondati detti le Motte. Oggi con Pietro, funestati da nevischio e vento forte, partendo da Codera li abbiamo attraversati da S a N, per scendere infine la selvaggia e pericolosa valle Pisarotta. La piccozza da erba è stata provvidenziale per attraversare in sicurezza ripidi ed esposti pendii di visega gelata e scivolosa.



In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. Mi scuso per eventuali minchiate sui toponimi.  La foto è stata scattata dalla vetta del Sasso Manduino nel 2013.

Partenza: Mezzolpiano (m 300).
Itinerario automobilistico: da Novate Mezzola (circa 10 km dal trivio Fuentes) imboccare
sulla dx, poco dopo la stazione ferroviaria, la strada per la frazione di Mezzolpiano (m 300), dove si posteggia l’auto.
Itinerario sintetico: Mezzolpiano (m 300) – Avedée (m 790) - bocchetta di Valfubia (m 1322) - Sas Bianch (m 1626) - Motta de Marz (m 1645) - Bocchetta di Pra (m 1502) - Motta Alta (m 1683) - bocchetta Tripartusa (m 1554) - Motta di Sas Alt (m 1674) - bocchetta di Sas Alt (m 1587) - alpe Cresta (m 940) - Motta dei Corvi (m 577) - Basone (m 250) - Mezzolpiano (m 300).

Tempo  previsto:  10 ore per l’intero giro (dipende molto dalla fortuna nell'imbroccare subito i passaggi giusti).
Attrezzatura richiesta (per percorrerla con terreno anche gelato): corda (20 metri),  cordini, fettucce, prudente avere con sé ramponi, piccozza e un macete.
Difficoltà: 4.5 su 6.
Dislivello in salita: oltre 1700 m.
Dettagli: EEA. Però la scala escursionistica CAI non contempla questo tipo di gite, che pertanto non vengono adeguatamente descritte dai gradi classici. Meglio sarebbe la scala svizzera, che a questa gita attribuirebbe un grado T6. Dal passo di Valfubia alla Motta dei Corvi il percorso è perlopiù senza traccia e con importanti difficoltà di individuazione (boschi fitti senza tracce, zone aperte con orografia complessa e dedali di tracce di animali). Il terreno è delicato e con passaggi accidentati talvolta esposti, scivolosi e friabili. In arrampicata si arriva fino al II+ grado (tre passi sono attrezzati). Serve un'ottima capacità d'orientamento, sicurezza nella progressione su terreni infidi e scivolosi e dimestichezza nell'uso di materiale tecnico d'alpinismo anche su prati e boschi.


Il ritrovo con Pietro è alle 5 a Nuova Olonio. Le previsioni del tempo sono pessime (vento fortissimo in quota e freddo). Ho l'influenza che mi rincoglionisce e debilita, ma dopo due anni che non scaliamo più assieme non c'è sfiga che mi possa far rinunciare. In questo inverno senza neve, anziché sciare mi sto dando all'esplorazione e i selvaggi fianchi del pizzo di Prata sono terreno fertile per questo tipo di attività.
In una zona tanto impervia e a me sconosciuta non è facile porsi degli obiettivi, specialmente quando la giornata che hai a disposizione è di tempo guasto. Perciò ci cimentiamo in una non ben definita salita della cresta S del pizzo di Prata che i primi fiocchi del mattino ci fan capire non raggiungeremo mai.
Parcheggiata l'auto nell'ampio spiazzo di Mezzolpiano, ci incamminiamo lungo il sentiero per Codera. Scalini, tornanti, raffiche che prima ci soffiano addosso brandelli di foglie, poi una rada neve. Non fa freddo, ma la tormenta è fastidiosa. Mi brucia la gola, mi scotta la fronte, ma l'incendio più grande è quello nei boschi sopra Chiavenna, indomito da parecchi giorni e che riversa fumo nella valle.
Un sorso alle case di Avedèe (m 790) spezza la salita. I prati, che fino a una decina d'anni fa un pastore sfalciava per le sue capre, sono incolti e solo una stretta striscia consente di raggiungere le case senza pestare l'erba alta.
Alle spalle del nucleo l'incuria è ancora maggiore e l'imbocco del sentiero non è assolutamente chiaro, specialmente di notte.
Il vento ulula, spezza i rami e rovista nel fogliame. Allo stesso modo si comportano alcuni animali che le tenebre non ci permettono di identificare.
Rimontiamo il dosso a N di Avedèe, perdendo e ritrovando il sentiero che si snoda tra dorati e alti steli d'erba, spettrali castagni e muretti di abbandonati terrazzi. A una baita solitaria ne seguono, poco sopra, altre due. Qui, a circa m 940, pieghiamo a dx seguendo il sentiero che, più evidente, s'addentra in val Ghera.
Un consistente manto di fogliame nasconde la via in alcuni tratti, ma il percorso è logico e ci porta a superare alcuni canali.  A circa m 1100 la traccia si avvolge in stretti tornantini con scale in pietra fino ad attraversare (dx), a m 1150, un canale e percorrere un'aerea cengia pianeggiante. Voltato un primo sperone ecco una seconda cengia su placca che ci accompagna agli ultimi tornati su detrito che concludono la val Ghera. Ai piedi della  possente bastionata di rocce alla nostra dx vi sono 2 ricoveri e una grotta, dentro cui è stata ricavata una stalla per le capre con tanto di box per i capretti. Come mi spiegherà Gualtiero Colzada, i pastori tenevano i capretti dentro queste gabbie di pietra con ingresso costituito da doghe di legno che scorrono in guide ricavate su due pali verticali. In questo modo i capretti venivano lasciati tettare solo in determinati momenti della giornata, così che non potessero prosciugare completamente le madri lasciando latte da mungere al pastore. Oltre al latte veniva data ai capretti anche foglia verde, questo per svezzarli più velocemente.
Presto è la bocchetta di Valfubia (m 1322), capolinea dei sentieri evidenti e accesso alla valle Pioggiosa  (il toponimo -presente sulle mappe - non è utilizzato localmente).
Due costruzioni fatiscenti ai piedi del valico testimoniano l'antica frequentazione della zona.
Pieghiamo a dx e percorriamo la cresta, espostissima sul lato val Codera, più dolce ed erbosa sull'altro versante.
Scavalcato un primo dosso ci si parano innanzi le capre e il Sas Bianch, bel testone roccioso dall'aspetto severo.
Divincolarsi dalle capre è impresa ardua, almeno più di quanto lo sia trovare il passaggio per il Sas Bianch: basta scendere un po' a sx, attraversare una pietraia e salire l'evidente cengia/parete attrezzata con funi di metallo che porta sulla cresta O del monte. Nevischia e i sassi sono scivolosi. Le capre non ci mollano.
Tra arbusti e roccette, giungiamo in vetta al Sas Bianch (m 1626). Non vi è più alcuna traccia di passaggio, se non una marscente croce in legno che guarda Codera.
Giù tra i rododendri siamo alla bocchetta tra il Sas Bianch (m 1626) e la Motta de Marz (m 1645).
Quest'ultima ci si fronteggia con un muro di roccia (III) dove uno spezzone di catena accompagna verticalmente per 4 metri (questo passaggio scoraggia le capre che, finalmente, smettono di seguirci a caccia di cibo.), e un secondo si sposta a sx di altri 4, dove ha inizio una cengia verso dx che, ginepri a parte, ci porta in zona sicura da cui è facile portarsi sulla cima della Motta. Questi ed altri passaggi "storici" sono stati attrezzati una decina di anni fa dalla guida alpina Gualtiero Colzada per agevolare gli spostamenti al pastore di capre che bazzicava questa zona in cerca di cornute.
Giù nel folto della vegetazione approdiamo alla bocchetta di Pra con i coppini colmi di aghi, foglie e residui vegetali di varia pezzatura e molestia.
La successiva Motta Alta (m 1683) presenta una rampa erbosa che si sale per traccia fino a metà della sua altezza, poi il fianco meridionale è interrotto da un salto. Pare esserci una cengia pianeggiante esposta che aggira il tutto sulla dx, ma la neve fa scivolare e decidiamo di salire al dritto. Agevolandoci con la picca piantata nelle zolle d'erba vinciamo il tratto più ripido ed esposto, poi la questione torna facile fino in vetta.
Pur vedendo la val Codera in basso, non lontana in linea d'aria, il senso d'isolamento è totale. La neve e le nebbie ovattano tutto, dilatano gli spazi e ingigantiscono i precipizi.
Scendiamo per terreno gelato e boscoso alla bocchetta Tripartusa (m 1554), da cui constatiamo la possibilità di una facile ritirata verso la val Codera. Ma è presto e decidiamo di proseguire.
Da una specie di canale erboso sul versante SO giungiamo alla sella tra le due vette della Motta di Sas Alt (m 1674). Sulla cima di dx vi è un grosso masso con sopra uno più piccino.
Noi insistiamo verso N, dove s'alza imponente e inquietante, poichè coperta di neve, la poderosa mole della Paretaccia. Scesi alla successiva bocchetta di Sas Alt (m 1587), sulle carte indicata come Travers Sas Brut, toponimo a quanto pare di pura fantasia, veniamo colti da un attacco di buon senso e decidiamo di non proseguire oltre.
L'attacco di buon senso dura poco e corroboriamo la successiva ricaduta nello dipendenza da avventura con la curiosità di sapere se da qui esiste un modo per arrivare nel vallone della Lobbia e da lì a Motalli. Pieghiamo  così a sx sulla testata della valle Pisarotta, traversando con piccoli su e giù varie vallette e costoni presentanti piccoli poggi panoramici che si attestano attorno ai m 1500 e dove gli animali selvatici paiono soliti riposarsi.
L'orografia è confusa, ma abbiamo chiaro in testa che ai nostri piedi, dove il declivio si perde nei boschi più lontani, si trovano alti precipizi. Giungiamo nel solco più a NO della valle della Pisarotta. Di lì sembrerebbe possibile salire sullo spartiacque con la valle della Lobbia, ma il vento e l'orologio che segna quasi le 14 ci fan desistere. Tuttavia chiedo a Pietro di aspettare un minuto e, mentre scendo lo sperone a caccia di un punto panoramico che offra informazioni e dettagli sulla conformazione della valle, noto dei ruderi su una distante costola boscosa. Non riesco a metterli a fuoco, per cui risalgo e chiedo a Pietro di provare a fotografarli e ingrandirli sul display della macchina.
Non ci sono dubbi: sono i ruderi dell'alpe Cresta!
Torniamo indietro al terzo poggio che abbiamo incontrato sotto la bocchetta di Sas Alt e scendiamo (S) quell'ampio sperone per ripido prato e roccette. Il cadavere di una caprone diroccato ci conferma che non è consentito scivolare. Ad un certo punto tagliamo a sx lungo le tracce delle capre ed entriamo a m 1490 nella stretta valle che s'abbassa a O della bocchetta Tripartusa.
Se ci incengiassimo saremmo costretti a dormire all'addiaccio. 15 minuti sopra di noi c'è la bocchetta Tripartusa e una via di rientro facile e sicura verso la val Codera. Ma l'avventura è puntare il timone verso terre sconosciute e così azzardiamo.
Nel solco, petroso e con tratti ghiacciati, perdiamo circa 50 metri di quota, quindi tagliamo sui ripidissimi pendii il fianco occidentale del Sas Alt precedentemente studiati. Le tracce degli animali ci fanno da guida, così come sono riferimenti importanti i grandi abeti che avevamo individuato dall'alto. Dobbiamo evitare i salti di roccia che interrompono qua e là il versante e ci farebbero perdere molto tempo qualora li dovessimo aggirare, Il terreno è duro per il freddo e scivoloso. Sbagliare è vietato. Con un lungo traverso tra i m 1400 e m 1450, scavalcate varie costole e incisioni orografiche, siamo nella petrosa tributaria della val Pisotta che s'abbassa dalla bocchetta di Pra. La oltrepassiamo e continuiamo ad attraversare (O) fino a rimontare il crinale d'erba e radi alberi (residuato di antichi pascoli) lungo la quale perdiamo quota fino alle dirute baite dell'alpe Cresta (m 940). La presenza di numerose betulle ci conferma che qui c'eran pascoli. Rami tagliati con la scure ce ne danno la certezza.
L'alpe si trova su un poggio sopra la confluenza dei due rami superiori della val Pisotta. Osservando quello diretto a N ci convinciamo che, se fossimo scesi di lì, mai avremmo potuto raggiungere l'alpe Cresta in quanto quel canale termina con una alto salto di rocce.
Accanto a noi restano i muti di due piccole costruzioni e una sgangherata staccionata. Faccio notare a Pietro che i chiodi conficcati nelle assi sono conici e non piramidali. Questo dovrebbe indicare che le baite non sono vecchissime, o che almeno sono state risistemate al più negli anni '50.
Scesi nel solco vallivo (il sentiero passa appena a S dell'alpe, ma ci si può anche buttare direttamente nel canyon a N di questa), alcuni rami tagliati a m 900 ci indicano il punto in cui la labile traccia si porta in dx idrografica. Siamo a una pietraia, anticipata dai resti di un ricovero in legno. Insistendo in piano tocchiamo una corna di roccia artificialmente eretta come segnavia. Qui ci abbassiamo di qualche metro (sx) e imbocchiamo la traccia che a mezza costa taglia la val Pisotta. È l'unico passaggio possibile, sommariamente pulito da ginestre, arbusti e spine.
Usciti dalla valle incrociamo il più ampio sentiero per Dos di Vach (che va a sx e attraversa poco sopra la cascata la valle della Pisarotta). Divallando sulla dorsale boscosa tocchiamo i ruderi della Motta dei Corvi (m 577), nucleo di baite abbandonate e avvolte dalle spine. Solo l'edificio più a S presenta segni di ristrutturazione. Come ci racconterà Guartiero Colzada, era utilizzato da un signore che ci saliva a primavera fino a pochi anni fa. Motta dei Corvi un tempo era abitato tutto l'anno ed era uno dei nuclei più lontani da Codera che faceva riferimento alla parrocchia di Codera.
Un sentiero che, rispetto a quanto percorso finora, pare un'autostrada, ci accompagna all'antico nucleo di Basone (m 250), tutt'oggi parzialmente abitato. È posto tra i conoidi alluvionali di valle Lobbia e valle Pisotta.
Attraversato il lunghissimo prato della Cascina Bodengo, prendiamo la SS36.
A piedi e nel centro della carreggiata, senza nessuna auto che rompe le palle: la strada infatti è chiusa da tempo per dei lavori di ampliamento in corrispondenza del Pozzo di Riva. Come sempre accade per gli appalti pubblici italiani, i lavori si stanno protraendo ben oltre i termini preventivati, bloccando SS 36 e ferrovia e facendo incazzare chi della strada ne ha bisogno.
Per noi che siamo a piedi questo non è un male e ci permette di passeggiare in una inedita piana di Chiavenna silenziosa, come se una guerra nucleare avesse cancellato l'uomo e i suoi mezzi motorizzati.
A Novate prendiamo i tratturi sotto monte che ci riportano a Mezzolpiano (m 300), dove, prima che sia notte, si conclude la nostra gita.

Gabbia per capretti presso la bocchetta di Valfubia. Il toponimo Valfubia parrebbe riferirsi a un bandito dei tempi passati.
Alla bocchetta di Valfubia.

Grotta-stalla ai piedi della bocchetta di Valfubia.

Dalla bocchetta di Valfubia alla Motta di Marz.


Al cospetto del Sas Bianch.

Ai piedi della cengia/paretina attrezzata per il Sas Bianch.
Sulla cengia/paretina attrezzata con funi metalliche per il Sas Bianch.

In vetta al Sas Bianch.
Il breve muro roccioso per la Motta di Marz. 
In vetta alla Motta Alta.



Presso la bocchetta Tripartusa.

Alla bocchetta di Sas Alt.

Traversando la testa della val Pisarotta.

Individuiamo dall'alto l'alpe Cresta e la via di siscesa per l'alpe Pisarotta.

Giù per il canale ghiacciato sotto la bocchetta Tripartusa.

Scendendo i pascoli abbandonati sopra l'alpe Cresta.
I ruderi dell'alpe Cresta.

Merenda all'alpe Cresta.

Nel canyon della valle Pisarotta.
Nel traverso a mezza costa che dalla val Pisarotta porta alla Motta dei Corvi.

Nel traverso a mezza costa che dalla val Pisarotta porta alla Motta dei Corvi.

Masso avello a Motta dei Corvi.

Motta dei Corvi.

Basone.






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