domenica 8 gennaio 2017

La Motta di Avedèe (m 1448)

Sopra la mia testa, la Motta di Avedèe.
8 gennaio 2017 - MOTTA DI AVEDÈE (m 1448)

È il punto culminante dell'immenso paretone di granito che sovrasta il paese di Novate. Attraversandone l'edificio sommitale si godono panorami emozionanti sui laghi di Mezzola e di Como, oltre che sulla piana di Chiavenna.
Vorrei, a costo di risultare noioso, ribadire che chi decidesse di ripercorre questi itinerari deve essere avvezzo all'escursionismo esplorativo, altrimenti è meglio lasciar perdere per evitare di incengiarsi in luoghi anche pericolosi.


In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. Mi scuso per eventuali minchiate sui toponimi. La foto è stata scattata dalla vetta del Sasso Manduino nel 2013.
In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. Mi scuso per eventuali minchiate sui toponimi.
In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. La base cartografica è quella di swisstopo.ch


Partenza: Mezzolpiano (m 250).

Itinerario automobilistico: da Novate Mezzola (circa 10 km dal trivio Fuentes) imboccare

sulla dx, poco dopo la stazione ferroviaria, la strada per la frazione di Mezzolpiano (m 300), dove si posteggia l’auto.

Itinerario sintetico: Mezzolpiano (m 250) – Avedèe (m 790) - Motto di Avedèe (m 1257) - Motta di Avedèe (m 1448) - bocchetta di Valfubia (m 1322) - Alpi di Valfubia - Dos di Vach (m 1059) - Montagnola (m 579) - Mezzolpiano (m 250).
Tempo  previsto:  7-8 ore per l’intero giro (dipende molto dalla fortuna nell'imbroccare subito i passaggi giusti).

Attrezzatura richiesta: da escursionismo.

Difficoltà: 3 su 6.

Dislivello in salita: oltre 1500 m.
Dettagli: EE. Percorso su sentiero non sempre evidente, e tratti senza traccia (traversata della Motta di Avedèe e, specialmente, discesa dalla bocchetta di Valfubia al Dos di Vach, dove ci sono seri problemi nell'individuazione della traiettoria nel bosco fitto). 


Vediamo se riesco a descrivervi la gita in un pugno di caratteri.
Da Novate saliamo ad Avedèe (m 790) col vento che ulula e scuote gli alberi sulle creste. Su per il dosso sopra Avedèe incontriamo una baita isolata, poi, poco sopra, fra gialli steli d'erba e castagni, altre due. Siamo a m 940 e pieghiamo a dx lungo la traccia che si è fatta finalmente evidente. Attraversiamo costole e vallecole, poi iniziamo a guadagnare quota con tornantini scalinati. Al termine delle risvolte, non ci dirigiamo verso la cengia (dx) per la bocchetta di Valfubia, ma, in corrispondenza di una betulla a cui ho inciso la corteccia e di un ometto di sassi (m 1150 ca.), prendiamo una deviazione sulla sx (traccia poco evidente) e ci alziamo di qualche metro tra arbusti ed erba alta. Ritroviamo la traccia e il sentiero che offre anche gradini, per piegare decisamente a sx, superare una valletta, una pietraia e raggiungere il Motto di Avedèe (m 1257), dove ci sono 2 baite poste su un poggio con panorama incredibile.
Novate è a perpendicolo sotto i nostri piedi. Un volo di mille metri!
Percorriamo quindi tutta l'ampia dorsale della Motta di Avedèe verso N incontrando vari ruderi di baite e immergendoci in pascoli inselvatichiti. Chi mai direbbe che qui ci salivano con le mucche?
Il panorama è mozzafiato. Peccato solo che il fondovalle della Valchiavenna sia in parte offuscato dal fumo dell'incendio che sta ancora ardendo sopra Chiavenna e che un Canadair giallo sta provando a spegnere con molti viaggi in cui prende l'acqua dal lago e la getta sopra le fiamme.
Sono trascorse 3 ore e mezzo da quando siamo scesi dall'auto a Mezzolpiano e, senza mai aver corso, siamo in vetta alla Motta di Avedèe (m 1448) flagellati dalle raffiche di vento.
Una paretina rivolta a O ci offre riparo per il pranzo, quindi già per il boscoso versante N, dove un sentiero discretamente ripulito dalla vegetazione ci accompagna alla bocchetta di Valfubia.
Qui ci sono due case fatiscenti, ma più sotto, nel fitto del bosco, ne spuntano altre, affiancate da singolari crotti le cui coperture sono costituite da lastroni di peso spropositato.
Non vi mostrerò alcuna foto di questo luogo in quanto ho promesso a chi me ne ha parlato di lasciare il privilegio di vederlo solo a chi ha tempo e gambe da spendere.
Dall'alpe di Valfubia si deve tagliare decisamente a dx perdendo meno quota possibile. Ci si porta così nella parte dx della valle aggirando dall'alto una grande frana (almeno questo è quello che avremmo dovuto fare...). 
Si scende quindi l'ultima costola sulla dx orografica fino a una casetta recentemente ristrutturata dai cacciatori. Siamo a poco più di m 1100. Smontiamo sulla dx, attraversiamo una pietraia e individuiamo una traccia più evidente che ci porta sul Dos di Vach (m 1059), dove si trova una baita recentemente ristrutturata. Qui incontriamo la guida alpina Gualtiero Colzada, grande esperto di questi luoghi, che è a spasso col figlio Giuseppe. Gli estorciamo quante più informazioni possibile per saziare le nostre curiosità, che sono maturate durante le recenti esplorazioni. 
Scendendo il dosso su cui si trova l'alpe direttamente verso SO, troviamo il sentiero marcato con bolli rossi che, attraversata la valle Pluviosa (cancello) porta ai poco eleganti edifici di Montagnola (m 579), da cui scendiamo a Novate e torniamo a Mezzolpiano (m 300) che non è ancora buio.

Avedèe.
Le due baite sul Motto d'Avedèe.

Panorama dal Motto di Avdèe.
Novate dall'alto.

Sul Motto di Avedèe.

Panorama dalla Motta di Avedèe.

La piana di Chiavenna dalla Motta di Avedèe.

Le baite presso la bocchetta di Valfubia.

Una stalla eroica nella valle Pluviosa. La copertura del tetto è costituita da fascine di rami.

La casa dei cacciatori in valle Pluviosa.

Traiettoria di discesa nella valle Pluviosa.


giovedì 5 gennaio 2017

Le quattro Motte di Codera


La lunga cresta meridionale del pizzo di Prata divide la bassa val Codera dalla Valchiavenna. La tormentata dorsale è incisa da numerose e profonde vallecole all'apparenza inaccessibili e inospitali, ma che in  passato sono state sfruttate dai pastori. Questi hanno individuato, e talvolta bonificato, itinerari d'accesso che superano pareti e strapiombi, costruito ricoveri e piccoli alpeggi sui più terrificanti speroni di roccia o nei più cupi recessi. Oggi di quella vita passata rimangono sparute tracce. Per trovarle ci si deve avventurare tra quelle montagne selvagge, saper leggere sbiaditi e occasionali segni di passaggio e, senza la paura di perdersi, spingersi ben lontani dai sentieri segnalati. È una sorta di ricerca archeologica, con frequenti scorci mozzafiato sulla Piana di Chiavena e sui laghi di Mezzola, Dascio e Como. Solo qualche cacciatore o indigeno è in grado di fornire indicazioni e puntualizzazioni, ma anche queste persone vanno ricercate tra i repulsivi monti della val Codera o nei paesi ai piedi del pizzo di Prata.
Nell'ultima settimana ho esplorato la zona due volte: una con Pietro, in cui abbiamo toccato la cima delle quattro Motte che s'alzano sopra l'abitato di Codera; un'altra con Mario, Gioia e lo zio Luciano in cui abbiamo traversato la panoramicissima Motta di Avedeè (la cima dell'immensa parete di granito che sovrasta Novate Mezzola).
Non si tratta di itinerari semplici, perchè buona parte del tragitto si svolge fuori traccia e richiede notevole intuito, per cui mi limiterò a descriverveli sommariamente anche per non privare del gusto della scoperta chi fosse intenzionato a cimentarvisi.
Vorrei, a costo di risultare noioso, ribadire che chi decidesse di ripercorrerli deve essere avvezzo all'escursionismo esplorativo, altrimenti è meglio lasciar perdere per evitare di incengiarsi in luoghi anche pericolosi.


In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. Mi scuso per eventuali minchiate sui toponimi.


In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. La base cartografica è quella di swisstopo.ch.


5 gennaio 2017 - LA TRAVERSATA DELLE QUATTRO MOTTE DI CODERA



A NO di Codera, dalla cresta meridionale del pizzo di Prata, emergono quattro testoni arrotondati detti le Motte. Oggi con Pietro, funestati da nevischio e vento forte, partendo da Codera li abbiamo attraversati da S a N, per scendere infine la selvaggia e pericolosa valle Pisarotta. La piccozza da erba è stata provvidenziale per attraversare in sicurezza ripidi ed esposti pendii di visega gelata e scivolosa.



In rosso il tracciato della gita del 5.1.17 fatta con Pietro e in fucsia quello dell'anello del 8.1.17 della Motta di Avedèe. Per i toponimi mi sono rifatto al volume di Mazzoni e Ghizzoni  Itinerari mineralogici in Val Codera, al sito ItinerarAlp e a informazioni ottenute intervistando gente del posto. Mi scuso per eventuali minchiate sui toponimi.  La foto è stata scattata dalla vetta del Sasso Manduino nel 2013.

Partenza: Mezzolpiano (m 300).
Itinerario automobilistico: da Novate Mezzola (circa 10 km dal trivio Fuentes) imboccare
sulla dx, poco dopo la stazione ferroviaria, la strada per la frazione di Mezzolpiano (m 300), dove si posteggia l’auto.
Itinerario sintetico: Mezzolpiano (m 300) – Avedée (m 790) - bocchetta di Valfubia (m 1322) - Sas Bianch (m 1626) - Motta de Marz (m 1645) - Bocchetta di Pra (m 1502) - Motta Alta (m 1683) - bocchetta Tripartusa (m 1554) - Motta di Sas Alt (m 1674) - bocchetta di Sas Alt (m 1587) - alpe Cresta (m 940) - Motta dei Corvi (m 577) - Basone (m 250) - Mezzolpiano (m 300).

Tempo  previsto:  10 ore per l’intero giro (dipende molto dalla fortuna nell'imbroccare subito i passaggi giusti).
Attrezzatura richiesta (per percorrerla con terreno anche gelato): corda (20 metri),  cordini, fettucce, prudente avere con sé ramponi, piccozza e un macete.
Difficoltà: 4.5 su 6.
Dislivello in salita: oltre 1700 m.
Dettagli: EEA. Però la scala escursionistica CAI non contempla questo tipo di gite, che pertanto non vengono adeguatamente descritte dai gradi classici. Meglio sarebbe la scala svizzera, che a questa gita attribuirebbe un grado T6. Dal passo di Valfubia alla Motta dei Corvi il percorso è perlopiù senza traccia e con importanti difficoltà di individuazione (boschi fitti senza tracce, zone aperte con orografia complessa e dedali di tracce di animali). Il terreno è delicato e con passaggi accidentati talvolta esposti, scivolosi e friabili. In arrampicata si arriva fino al II+ grado (tre passi sono attrezzati). Serve un'ottima capacità d'orientamento, sicurezza nella progressione su terreni infidi e scivolosi e dimestichezza nell'uso di materiale tecnico d'alpinismo anche su prati e boschi.


Il ritrovo con Pietro è alle 5 a Nuova Olonio. Le previsioni del tempo sono pessime (vento fortissimo in quota e freddo). Ho l'influenza che mi rincoglionisce e debilita, ma dopo due anni che non scaliamo più assieme non c'è sfiga che mi possa far rinunciare. In questo inverno senza neve, anziché sciare mi sto dando all'esplorazione e i selvaggi fianchi del pizzo di Prata sono terreno fertile per questo tipo di attività.
In una zona tanto impervia e a me sconosciuta non è facile porsi degli obiettivi, specialmente quando la giornata che hai a disposizione è di tempo guasto. Perciò ci cimentiamo in una non ben definita salita della cresta S del pizzo di Prata che i primi fiocchi del mattino ci fan capire non raggiungeremo mai.
Parcheggiata l'auto nell'ampio spiazzo di Mezzolpiano, ci incamminiamo lungo il sentiero per Codera. Scalini, tornanti, raffiche che prima ci soffiano addosso brandelli di foglie, poi una rada neve. Non fa freddo, ma la tormenta è fastidiosa. Mi brucia la gola, mi scotta la fronte, ma l'incendio più grande è quello nei boschi sopra Chiavenna, indomito da parecchi giorni e che riversa fumo nella valle.
Un sorso alle case di Avedèe (m 790) spezza la salita. I prati, che fino a una decina d'anni fa un pastore sfalciava per le sue capre, sono incolti e solo una stretta striscia consente di raggiungere le case senza pestare l'erba alta.
Alle spalle del nucleo l'incuria è ancora maggiore e l'imbocco del sentiero non è assolutamente chiaro, specialmente di notte.
Il vento ulula, spezza i rami e rovista nel fogliame. Allo stesso modo si comportano alcuni animali che le tenebre non ci permettono di identificare.
Rimontiamo il dosso a N di Avedèe, perdendo e ritrovando il sentiero che si snoda tra dorati e alti steli d'erba, spettrali castagni e muretti di abbandonati terrazzi. A una baita solitaria ne seguono, poco sopra, altre due. Qui, a circa m 940, pieghiamo a dx seguendo il sentiero che, più evidente, s'addentra in val Ghera.
Un consistente manto di fogliame nasconde la via in alcuni tratti, ma il percorso è logico e ci porta a superare alcuni canali.  A circa m 1100 la traccia si avvolge in stretti tornantini con scale in pietra fino ad attraversare (dx), a m 1150, un canale e percorrere un'aerea cengia pianeggiante. Voltato un primo sperone ecco una seconda cengia su placca che ci accompagna agli ultimi tornati su detrito che concludono la val Ghera. Ai piedi della  possente bastionata di rocce alla nostra dx vi sono 2 ricoveri e una grotta, dentro cui è stata ricavata una stalla per le capre con tanto di box per i capretti. Come mi spiegherà Gualtiero Colzada, i pastori tenevano i capretti dentro queste gabbie di pietra con ingresso costituito da doghe di legno che scorrono in guide ricavate su due pali verticali. In questo modo i capretti venivano lasciati tettare solo in determinati momenti della giornata, così che non potessero prosciugare completamente le madri lasciando latte da mungere al pastore. Oltre al latte veniva data ai capretti anche foglia verde, questo per svezzarli più velocemente.
Presto è la bocchetta di Valfubia (m 1322), capolinea dei sentieri evidenti e accesso alla valle Pioggiosa  (il toponimo -presente sulle mappe - non è utilizzato localmente).
Due costruzioni fatiscenti ai piedi del valico testimoniano l'antica frequentazione della zona.
Pieghiamo a dx e percorriamo la cresta, espostissima sul lato val Codera, più dolce ed erbosa sull'altro versante.
Scavalcato un primo dosso ci si parano innanzi le capre e il Sas Bianch, bel testone roccioso dall'aspetto severo.
Divincolarsi dalle capre è impresa ardua, almeno più di quanto lo sia trovare il passaggio per il Sas Bianch: basta scendere un po' a sx, attraversare una pietraia e salire l'evidente cengia/parete attrezzata con funi di metallo che porta sulla cresta O del monte. Nevischia e i sassi sono scivolosi. Le capre non ci mollano.
Tra arbusti e roccette, giungiamo in vetta al Sas Bianch (m 1626). Non vi è più alcuna traccia di passaggio, se non una marscente croce in legno che guarda Codera.
Giù tra i rododendri siamo alla bocchetta tra il Sas Bianch (m 1626) e la Motta de Marz (m 1645).
Quest'ultima ci si fronteggia con un muro di roccia (III) dove uno spezzone di catena accompagna verticalmente per 4 metri (questo passaggio scoraggia le capre che, finalmente, smettono di seguirci a caccia di cibo.), e un secondo si sposta a sx di altri 4, dove ha inizio una cengia verso dx che, ginepri a parte, ci porta in zona sicura da cui è facile portarsi sulla cima della Motta. Questi ed altri passaggi "storici" sono stati attrezzati una decina di anni fa dalla guida alpina Gualtiero Colzada per agevolare gli spostamenti al pastore di capre che bazzicava questa zona in cerca di cornute.
Giù nel folto della vegetazione approdiamo alla bocchetta di Pra con i coppini colmi di aghi, foglie e residui vegetali di varia pezzatura e molestia.
La successiva Motta Alta (m 1683) presenta una rampa erbosa che si sale per traccia fino a metà della sua altezza, poi il fianco meridionale è interrotto da un salto. Pare esserci una cengia pianeggiante esposta che aggira il tutto sulla dx, ma la neve fa scivolare e decidiamo di salire al dritto. Agevolandoci con la picca piantata nelle zolle d'erba vinciamo il tratto più ripido ed esposto, poi la questione torna facile fino in vetta.
Pur vedendo la val Codera in basso, non lontana in linea d'aria, il senso d'isolamento è totale. La neve e le nebbie ovattano tutto, dilatano gli spazi e ingigantiscono i precipizi.
Scendiamo per terreno gelato e boscoso alla bocchetta Tripartusa (m 1554), da cui constatiamo la possibilità di una facile ritirata verso la val Codera. Ma è presto e decidiamo di proseguire.
Da una specie di canale erboso sul versante SO giungiamo alla sella tra le due vette della Motta di Sas Alt (m 1674). Sulla cima di dx vi è un grosso masso con sopra uno più piccino.
Noi insistiamo verso N, dove s'alza imponente e inquietante, poichè coperta di neve, la poderosa mole della Paretaccia. Scesi alla successiva bocchetta di Sas Alt (m 1587), sulle carte indicata come Travers Sas Brut, toponimo a quanto pare di pura fantasia, veniamo colti da un attacco di buon senso e decidiamo di non proseguire oltre.
L'attacco di buon senso dura poco e corroboriamo la successiva ricaduta nello dipendenza da avventura con la curiosità di sapere se da qui esiste un modo per arrivare nel vallone della Lobbia e da lì a Motalli. Pieghiamo  così a sx sulla testata della valle Pisarotta, traversando con piccoli su e giù varie vallette e costoni presentanti piccoli poggi panoramici che si attestano attorno ai m 1500 e dove gli animali selvatici paiono soliti riposarsi.
L'orografia è confusa, ma abbiamo chiaro in testa che ai nostri piedi, dove il declivio si perde nei boschi più lontani, si trovano alti precipizi. Giungiamo nel solco più a NO della valle della Pisarotta. Di lì sembrerebbe possibile salire sullo spartiacque con la valle della Lobbia, ma il vento e l'orologio che segna quasi le 14 ci fan desistere. Tuttavia chiedo a Pietro di aspettare un minuto e, mentre scendo lo sperone a caccia di un punto panoramico che offra informazioni e dettagli sulla conformazione della valle, noto dei ruderi su una distante costola boscosa. Non riesco a metterli a fuoco, per cui risalgo e chiedo a Pietro di provare a fotografarli e ingrandirli sul display della macchina.
Non ci sono dubbi: sono i ruderi dell'alpe Cresta!
Torniamo indietro al terzo poggio che abbiamo incontrato sotto la bocchetta di Sas Alt e scendiamo (S) quell'ampio sperone per ripido prato e roccette. Il cadavere di una caprone diroccato ci conferma che non è consentito scivolare. Ad un certo punto tagliamo a sx lungo le tracce delle capre ed entriamo a m 1490 nella stretta valle che s'abbassa a O della bocchetta Tripartusa.
Se ci incengiassimo saremmo costretti a dormire all'addiaccio. 15 minuti sopra di noi c'è la bocchetta Tripartusa e una via di rientro facile e sicura verso la val Codera. Ma l'avventura è puntare il timone verso terre sconosciute e così azzardiamo.
Nel solco, petroso e con tratti ghiacciati, perdiamo circa 50 metri di quota, quindi tagliamo sui ripidissimi pendii il fianco occidentale del Sas Alt precedentemente studiati. Le tracce degli animali ci fanno da guida, così come sono riferimenti importanti i grandi abeti che avevamo individuato dall'alto. Dobbiamo evitare i salti di roccia che interrompono qua e là il versante e ci farebbero perdere molto tempo qualora li dovessimo aggirare, Il terreno è duro per il freddo e scivoloso. Sbagliare è vietato. Con un lungo traverso tra i m 1400 e m 1450, scavalcate varie costole e incisioni orografiche, siamo nella petrosa tributaria della val Pisotta che s'abbassa dalla bocchetta di Pra. La oltrepassiamo e continuiamo ad attraversare (O) fino a rimontare il crinale d'erba e radi alberi (residuato di antichi pascoli) lungo la quale perdiamo quota fino alle dirute baite dell'alpe Cresta (m 940). La presenza di numerose betulle ci conferma che qui c'eran pascoli. Rami tagliati con la scure ce ne danno la certezza.
L'alpe si trova su un poggio sopra la confluenza dei due rami superiori della val Pisotta. Osservando quello diretto a N ci convinciamo che, se fossimo scesi di lì, mai avremmo potuto raggiungere l'alpe Cresta in quanto quel canale termina con una alto salto di rocce.
Accanto a noi restano i muti di due piccole costruzioni e una sgangherata staccionata. Faccio notare a Pietro che i chiodi conficcati nelle assi sono conici e non piramidali. Questo dovrebbe indicare che le baite non sono vecchissime, o che almeno sono state risistemate al più negli anni '50.
Scesi nel solco vallivo (il sentiero passa appena a S dell'alpe, ma ci si può anche buttare direttamente nel canyon a N di questa), alcuni rami tagliati a m 900 ci indicano il punto in cui la labile traccia si porta in dx idrografica. Siamo a una pietraia, anticipata dai resti di un ricovero in legno. Insistendo in piano tocchiamo una corna di roccia artificialmente eretta come segnavia. Qui ci abbassiamo di qualche metro (sx) e imbocchiamo la traccia che a mezza costa taglia la val Pisotta. È l'unico passaggio possibile, sommariamente pulito da ginestre, arbusti e spine.
Usciti dalla valle incrociamo il più ampio sentiero per Dos di Vach (che va a sx e attraversa poco sopra la cascata la valle della Pisarotta). Divallando sulla dorsale boscosa tocchiamo i ruderi della Motta dei Corvi (m 577), nucleo di baite abbandonate e avvolte dalle spine. Solo l'edificio più a S presenta segni di ristrutturazione. Come ci racconterà Guartiero Colzada, era utilizzato da un signore che ci saliva a primavera fino a pochi anni fa. Motta dei Corvi un tempo era abitato tutto l'anno ed era uno dei nuclei più lontani da Codera che faceva riferimento alla parrocchia di Codera.
Un sentiero che, rispetto a quanto percorso finora, pare un'autostrada, ci accompagna all'antico nucleo di Basone (m 250), tutt'oggi parzialmente abitato. È posto tra i conoidi alluvionali di valle Lobbia e valle Pisotta.
Attraversato il lunghissimo prato della Cascina Bodengo, prendiamo la SS36.
A piedi e nel centro della carreggiata, senza nessuna auto che rompe le palle: la strada infatti è chiusa da tempo per dei lavori di ampliamento in corrispondenza del Pozzo di Riva. Come sempre accade per gli appalti pubblici italiani, i lavori si stanno protraendo ben oltre i termini preventivati, bloccando SS 36 e ferrovia e facendo incazzare chi della strada ne ha bisogno.
Per noi che siamo a piedi questo non è un male e ci permette di passeggiare in una inedita piana di Chiavenna silenziosa, come se una guerra nucleare avesse cancellato l'uomo e i suoi mezzi motorizzati.
A Novate prendiamo i tratturi sotto monte che ci riportano a Mezzolpiano (m 300), dove, prima che sia notte, si conclude la nostra gita.

Gabbia per capretti presso la bocchetta di Valfubia. Il toponimo Valfubia parrebbe riferirsi a un bandito dei tempi passati.
Alla bocchetta di Valfubia.

Grotta-stalla ai piedi della bocchetta di Valfubia.

Dalla bocchetta di Valfubia alla Motta di Marz.


Al cospetto del Sas Bianch.

Ai piedi della cengia/paretina attrezzata per il Sas Bianch.
Sulla cengia/paretina attrezzata con funi metalliche per il Sas Bianch.

In vetta al Sas Bianch.
Il breve muro roccioso per la Motta di Marz. 
In vetta alla Motta Alta.



Presso la bocchetta Tripartusa.

Alla bocchetta di Sas Alt.

Traversando la testa della val Pisarotta.

Individuiamo dall'alto l'alpe Cresta e la via di siscesa per l'alpe Pisarotta.

Giù per il canale ghiacciato sotto la bocchetta Tripartusa.

Scendendo i pascoli abbandonati sopra l'alpe Cresta.
I ruderi dell'alpe Cresta.

Merenda all'alpe Cresta.

Nel canyon della valle Pisarotta.
Nel traverso a mezza costa che dalla val Pisarotta porta alla Motta dei Corvi.

Nel traverso a mezza costa che dalla val Pisarotta porta alla Motta dei Corvi.

Masso avello a Motta dei Corvi.

Motta dei Corvi.

Basone.






mercoledì 28 dicembre 2016

Cima di Fellaria (m 3088)

Chi riesce a dirmi dov'è vince un premio! Scherzo, ma è meglio fare un po' di chiarezza per poi descrivervi brevemente questa bella gita di scialpinismo nel gruppo del Bernina.
Su dove sia la cima di Fellaria nessuna mappa è corretta e nemmeno la Guida dei monti d'Italia è minimamente precisa: la cima di Fellaria è approssimativamente collocata nel punto nodale in cui convergono il vallone di Caspoggio, la valle del Fellaria Occidentale e quella che scende a E della bocchetta di Caspoggio. In realtà all'intersezione dei suddetti displuvi vi è una modesta elevazione, ben inferiore a quelle che s'alzano poco più a E sulla dorsale che divide le valli del ghiacciaio di Fellaria Occidentale da quella a E della bocchetta di Caspoggio. Qui CTR individua con precisione, pur senza darle un nome, la quota m 3088,4 , la massima della cresta. Questa corrisponde al bel dente roccioso che si ammira, ad esempio, dalla cima Fontana, o dalla cima di Caspoggio o dal ghiacciaio di Fellaria Occidentale e che inequivocabilmente è da considerarsi la cima di Fellaria.


Il tracciato dal Sasso Moro.
Il tracciato dalla cima Fontana.

Per salirvi vi consiglio la gita che ho compiuto oggi, partendo dai piedi della diga di Alpe Gera, passando per la Bignami, un ripido canale che porta ad una bocchetta a circa m 2950 (che chiamerò bocchetta del Canalino per distinguerla dalle altre innumerevoli bocchette 3000, passi e forcelle di Fellaria) il ghiacciaio di Fellaria Occidentale e la cima di Fellaria per la sua breve ma un po' esposta cresta O (max II).
La neve? Faceva cagare, ma quest'anno è così...




Partenza: termine transito consentito sulla strada per la diga di Alpe Gera (m 2000).
Itinerario automobilistico:  da Sondrio prendere la strada provinciale SP15 per la Valmalenco. Arrivati a Lanzada (15 Km) proseguire lungo la strada che attraversa l’intero paese e le varie frazioni in direzione Campo Franscia (5 Km). Da qui spesso la strada è innevata per tutto il periodo invernale. Proseguendo per altri 5 km si giunge a Campo Moro nei pressi della diga. La si costeggia sulla sua sponda meridionale e dopo una galleria si è alla spianata dove ha termine la strada per i mezzi non autorizzati.  
Itinerario sintetico: termine transito consentito sulla strada per la diga di Alpe Gera (m 2000) - coronamento diga alpe Gera - rifugio Bignami (m 2401) - alpe Fellaria - bocchetta a m 2950 ghiacciaio di Fellaria Occidentale - cima di Fellaria (m 3088) - lago di Fellaria - rifugio Bignami (m 2401) - termine transito consentito sulla strada per la diga di Alpe Gera (m 2000). 
Difficoltà/dislivello in salita: 3+ su 6 / 1200 m
Tempo previsto:  6-7 ore.
Attrezzatura richiesta: da scialpinismo , kit antivalanga, rampanti, ramponi e piccozza.
Dettagli: OSA. Pendii fino a 45°, breve cresta (II max) un po' esposta nell'ultimo tratto.


Risorgo dall'influenza e dalle feste natalizie con una gran voglia di andar per monti, a sciare. Ma il mio fisico convalescente non ne vuol tanto sapere oggi.
Così, alle sette, una mano in automatico striscia sul comodino e spegne la sveglia.
Alle 9 ci tiriamo in piedi. Ho un po' di buste di LMD da spedire in posta. Tutti le volte molti abbonati si ricordano che non hanno rinnovato solo dopo l'uscita del numero, così devo spedire loro la copia a mano.
Sono le 10 che esco di casa, vado in posta, a dar da bere agli asini e poi finalmente posso salire in Valmalenco e a Campo Moro. La strada è ghiacciata, il parcheggio per Campagneda è colmo di auto, il vento scuote gli alberi oramai spogli. Alla base del muraglione della diga di Alpe Gera scopro di non esser il sole: ci sono altre 3 macchine. Strano: con questo vento non avrei mai pensato che qualcuno si sarebbe avventurato da queste parti, tranne il Luciano Bruseghini, a cui parcheggio accanto.
Sono le 11:15 che mi avvio con gli sci legati a capanna sullo zaino e il vento che mi sbatte in qua e in là, con le mie gambe che, infiacchite dall'influenza, nemmeno provano a ribellarsi.
Attraverso il coronamento e, imboccato da poco il sentiero per la Bignami incontro un ragazzo e una ragazza di Bergamo con corda e ramponi. Mi dicono che su in alto il vento è fortissimo e hanno deciso di rientrare perchè le folate quasi sollevavano la ragazza che si era perciò un po' spaventata. La guardo e capisco che non ho molto peso più di lei da opporre all'ira di Eolo. Speriamo di non esser soffiato in cielo!
Aggirato il primo sperone del Sasso Moro, metto le assi ai piedi e su fino alla Bignami. L'aria è calda, ma raffiche sono violente e mi costringono a tener su la giacca e a farci dentro la sauna.
Appena prima della Bignami incrocio altri 5 scialpinisti che scendono. Devono essere i compagni dei due ragazzi di prima. Il gruppo voleva salire la cima Fontana compiendo il panoramico anello che ho descritto nei post precedenti, ma oggi non è giornata.
Mangio un boccone rannicchiato sul lato S della Bignami, dove l'edificio mi offre un buon riparo, e riparto. Attraverso la valle e poi salgo verso le bocchette di Caspoggio. Le raffiche mi scuotono e mi accecano di continuo, ma le tregue sono talvolta lunghe e mi rendono ottimista. A circa metà della cresta che dalla cima di Fellaria va a E fino a precipitare nel vallone dove si univano le lingue del ghiacciaio di Fellaria, c'è uno stretto canale nevoso che si insinua tra due alti muri di roccia. Pare piuttosto riparato dal vento, così, ramponi ai piedi, lo salgo. La neve è dura come marmo, a tratti ghiacciata. La pendenza cresce, fino ai 45°, e capisco che mai potrò sciarlo in discesa in queste condizioni di neve e con le gambe così fiacche. Spezzo la fatica in serie composte da 60 passi consecutivi e una genuflessione a Eolo coprendomi in viso dalle schegge di ghiaccio. Quando scollino c'è l'uragano e, prima di svalicare, devo rannicchiarmi un paio di volte nell'attesa che le raffiche si plachino.
Sceso di qualche metro, percorro il ghiacciaio di Fellaria Occidentale per aggirare da dx la cima di Fellaria, che da questa prospettiva appare arcigna e inaccessibile.
Qui le folate non mi fregano più, perchè le vedo arrivare da lontano sotto forma di turbine di neve che s'alza dal ghiacciaio e corre verso le creste.
Sono solo in questo delirio di elementi, ma per niente a disagio né intimorito. La montagna è magica anche quando si incazza e non vorrei ora trovarmi in nessun altro posto. 
Giunto a O del roccioso edificio sommitale della cima di Fellaria nascondo gli sci in una buca: le raffiche sono talmente violente che sbalzano in aria grossi lastroni di neve dura. Senza problemi potrebbero fare sparire i miei sci.
In un attimo di quiete rimonto furtivo la cresta e inizio a cavalcarla verso E (sx), dove si trova la catasta di blocchi della vetta. Appena l'aria ulula mi aggrappo con tutte le forze alle rocce per non essere sbalzato via dal vento, appena smette avanzo quanti più metri possibile. Verso dx il precipizio è molto alto. In basso vedo le bocchette di Caspoggio. A sx il versante è in ombra e non restituisce alcuna informazione sulla profondità. Salito un dente di roccia soda, mi appoggio al fianco solivo per guadagnare la vetta vera e propria della cima di Fellaria (m 3088, ore 4:30), una prominenza di poco più alta delle altre che disegnano la merlatura della cresta. Il panorama è incantevole e trovo una nicchia riparata dove godermelo al sicuro.
Sono già le 1530 quando mi desto. È tardissimo!
Giù a manetta.
Ritrovo gli sci in concomitanza con una serie di raffiche tremende che rendono quantomai difficile assettarmi per la discesa. Ci perdo ben 20 minuti. Non ho la maschera da sci, e gli occhiali non sono sufficienti contro le sbuffate di neve e ghiaccio. 
Pazienza, devo scendere.
È allucinante: 30 metri in discesa e una raffica mi riporta in su di 2-3 metri. La faccia brucia, tagliata dalle schegge di ghiaccio. Non è freddissimo, quindi almeno il pericolo di congelare è scongiurato.
Sullo sfondo il piz Varuna è flagellato dalla bufera e altissimi pennacchi s'alzan nel cielo come fossero la coreografia ideale di un brano d'orchestra come il Temporale d'estate delle Quattro Stagioni di Vivaldi.
In un metti e togli gli sci perchè non c'è neve abbastanza, intercalato a pause in attesa di una visibilità adeguata, arrivo in Bignami all'imbrunire. Rischiando le ginocchia mi getto a tutta lungo il sentiero foderato da pochissima neve ghiacciata per abbracciare la notte quando sono già sul coronamento della diga.
Le onde del lago si infrangono contro l'argine producendo un rumore simile al mare in burrasca. Se chiudo gli occhi mi sento in spiaggia e non a 2000 metri .
Temperatura +4°C. 
Certo che l'inverno non ne vuole proprio sapere di arrivare!



La diga di Alpe Gera e il monte Spundascia sferzato dalla bufera.

L'imbocco del canalino per il ghiacciaio di Fellaria Occidentale.

La cima di Fellaria da NE. Per salirvi la si aggira da dx e poi ne si percorre la breve cresta occidentale.

Panorama dalla cima di Fellaria.

La cima di Caspoggio alla cima di Fellaria.

Io in vetta.

La cima di Fellaria dalla sua cresta O.

Tramonto all'alpe Fellaria.

Notte alla diga di Alpe Gera.
La cima di Fellaria vista da E appare come uno scuro dente di rocce rossicce.