giovedì 6 ottobre 2016

3 giorni sul sentiero Roma - II giorno

Sveglia che è ancora notte in Gianetti per andare a incontrare il Roby Ganassa in valle del Ferro e con lui proseguire, lambendo le rive di uno sconfinato mare di nebbie che di tanto in tanto ci ingoia, fino al bivacco Kima. 
Cartolina del Disgrazia dal passo del Cameraccio, il punto più alto del sentiero Roma.
Scenari e luci incredibili tra infinite pietraie, passi attrezzati e ai piedi di vertiginose pareti.
La tappa di oggi, che ci ha preso circa 11 ore di marcia - foto incluse - ha uno sviluppo di oltre 20 km e un dislivello di oltre 1000 metri su terreno per lo più costituito da scomode pietraie.

Dalla Gianetti al bivacco Kima (base swisstopo.ch).

6 ottobre 2016
Alle 7 saltiamo in piedi, spinti più che dal debole suono dell’orologio, dalla suoneria della vescica che si lamenta perchè, per non uscire a -10°C, abbiamo trattenuto la pipì tutta la notte.
Dopo una rapida colazione col té caldo che avevamo preparato ieri sera - lodato chi ha inventato la thermos - ci incamminiamo - sempre sia lodato. Fuori c’è un immenso mare di nebbie che lambisce le fondamenta del rifugio e ci regala un’alba surreale. Siamo tutti bardati per affrontare l’aria pungente del mattino mentre le onde si nebbia si infrangono contro la scogliera di granito. Sembra di essere al mare, solo che tutto si muove con estrema lentezza, quasi che il freddo possa rallentare l'imperturbabile scorrere del tempo.
Attraversata la parte orientale della val Porcellizzo su una traccia resa insidiosa dal verglass, perdiamo un po’ di quota per aggirare le propaggini meridionali dei pizzi Gemelli. Ripresa l’ascesa, dopo alcuni passaggi attrezzati e circa 300 metri di dislivello, siamo al passo Camerozzo. La valle da cui proveniamo è tutta al sole e si è liberata dalle nebbie. Inaspettatamente però la valle del Ferro, a cui siamo diretti, è letteralmente sommersa dalle nubi. Il Roby dev’essere là sotto e probabilmente penserà che è una giornata di merda, quando invece sopra i m 2500 è sereno.
Scendiamo lungo una prima cengia che obliqua da N (sx) a S (dx), poi ne percorriamo una seconda che riporta a N, entrambe con passaggi esposti attrezzati con catene e pioli talvolta coperti di ghiaccio: probabilmente questo è, assieme alla salita alla bocchetta Roma, il tratto più impegnativo del sentiero Roma. Negli anni vi ho visto più volte gente talmente terrorizzata da pensare che in quelle catene metalliche, da cui parevano non potersi mai staccare, vi fosse la corrente elettrica. In realtà, come spiego a Gioia che - pure lei - si sta troppo affezionando agli ausili metallici, questi 150 metri di precipizio che abbiamo sotto i piedi sono un inutile accanimento terapeutico della signora con la falce: solo con 30 metri di volo potrebbe già star tranquilla dell'esito fatale di una caduta! Scherzi a parte, a meno di non tuffarsi nel vuoto, su una via così ben attrezzata non vi è la benché minima possibilità di un incidente fortuito.
Alla base della parete che protegge il passo riprendiamo una marcia più rilassata, lambendo il lago di nebbia e chiamando il Roby che deve esserne ancora sommerso. Una voce più grave delle nostre ci risponde e ci assicura della sua presenza all’appuntamento.
Nel centro della valle c’è il bivio per il bivacco Molteni, una scatola di lamiera rossa che si trova 10 minuti più in basso del sentiero Roma.
Con un po’ di ritardo rispetto all’ora stabilita ecco che il Roby ci raggiunge: stamattina non si è svegliato e ha dovuto fare di corsa i 1600 metri di dislivello che separano San Martino da qui.
La porzione orientale della valle del Ferro, che attraversiamo per il passo del Qualido, è bagnata da un paio di ruscelli che scorrono su vaste e variopinte placconate di granito. L’acqua è ghiacciata e luccica alla luce di un sole ritrovato dopo il ritiro delle nebbie. Una salita decisamente più breve del Camerozzo ci porta al passo del Qualido, da cui una discesa senza particolari difficoltà ci accompagna nella valle omonima, una valle molto particolare in quanto alla sua testata non vi sono cime, mentre nella sua parte inferiore si alzano le più impressionanti pareti di tutto il Masino.
Da qui in avanti tutti i passi che incontreremo prenderanno il nome della valle a cui danno accesso facendo il sentiero Roma da O a E, e così fino alla bocchetta Roma, dalla quale non si avviva nella capitale, ma bensì nella valle di Predarossa.
Giù e poi su, senza troppa fatica, al passo dell’Averta, da cui l’Allievi par vicina. Dobbiamo però ancora aggirare lo sperone meridionale della cima di Zocca e accedere alla valle omonima di cui la valle Averta è un ramo secondario.
Sono 6 ore che siamo in marcia e, pochi metri a N del rifugio, nei pressi della presa dell’acqua, consumiamo il nostro pranzo: bresaola, arachidi e a caso le prime pietanza che escono, quasi stessimo facendo una tombola, dal sorteggio nella sacca del cibo. Abbiamo sete, ma l’acqua gelida del ruscello non è troppo invitante. Le nebbie si avviluppano sulla testata della valle e si mangiano noi, il sole e la cima di Zocca, ovattando l’atmosfera e rendendo gelida la sosta per digerire. Nonostante tutto ci addormentiamo e passa un 'ora prima che il buonsenso ci desti dal sonno.
Al primo cenno di dissoluzione delle nebbie, ripartiamo alla volta del passo di val Torrone, da cui perdiamo 150 metri di quota, entriamo nella valle omonima e ci apprestiamo alla lunga e faticosa salita al passo del Cameraccio. Per farla più breve ignoriamo la deviazione che, dopo alcuni incidenti mortali - tra cui quelli occorsi a Marina Moreschi (27-10-1962 / 21-08-2005) durante il trofeo Kima  e al 56enne Giuseppe Galbiati nel 2013 - , porta ad allungare di circa 15 minuti il tracciato escursionistico. Ciò per aggirare dal basso la breve placca, pericolosa qualora bagnata dal rigagnolo che vi scorre sopra, dalla quale sono scivolati gli sfortunati escursionisti.
Non si vede nulla: ci orientiamo semplicemente cercando di andare sempre in salita. 650 metri di dislivello e dovremmo incontrare le catene che portano al passo che coi suoi m 2954 è il punto più alto del sentiero Roma. Il cammino è reso disagevole dal fondo instabile. Nella valle del Torrone una volta c'era un nevaio, che ora ha lasciato il posto a una pietraia mobile e insidiosa. 
Uno squarcio nell'umidità che ovatta il paesaggio fa apparire l'inconfondibile lancia del pizzo Torrone Orientale, che ci restituisce la bussola ora che di bolli non ce ne sono più fino alle roccette attrezzate alla base del passo. A pochi metri dal valico, finalmente, emergiamo dal lago di nubi e, incorniciato dai numerosi ometti di pietra del passo, ci appare sua maestà il Disgrazia. Sembra un vulcano in mezzo al mare, solo che nessuno ha ancora inventato una zattera che galleggi su un lago di nubi. Peccato: la faticosa traversata delle gande della val Cameraccio ce la saremmo volentieri evitata!
Il tramonto è spettacolare e ci fa per un attimo dimenticare quanto noiose siano queste pietraie in cui il sentiero Roma non è affatto un sentiero, ma solo un caotico susseguirsi di bolli tra scomodi massi.
All'odio per un fondo così sconnesso, si contrappone la tristezza perché questo sarà l'ultimo tramonto di questa nostra avventura sulle montagne di val Masino.
Così faccio accedere il frontalino a Gioia e con il diaframma a f 9.0 le faccio un bel controluce al tramonto con la sua silhouette e quella della costiera del Cameraccio che si stagliano contro il rosso del cielo.
Siamo al Kima che è notte. Il piccolo bivacco è il luogo più accogliente che avremmo potuto desiderare, eccezion fatta per la puzza di vomito di un qualche escursionista che non deve esser riuscito a raggiungere la porta prima che il suo esofago eruttasse.
Non c'è verso di cambiar l'aria; pazienza, ci tapperemo i nasi!
Al Kima tutto è comodo, tranne l'acqua che devo andare a prendere a 10 minuti di cammino nell'unico ruscello che il freddo d'ottobre non ha gelato. Il ritorno con la pentola colma tra le gande mobili è una grossa prova di abilità, ma la supero e così ci garantiamo té e cena.
Quest'ultima è a base di minestrone e cose a caso pescate dal sacchetto del cibo oramai molto smagrito. Qualche soldo lasciato nella cassetta delle offerte per ricambiare dell'ospitalità (chi avesse bisogno di consumare le provviste offerte dal rifugio trova un dettagliato listino prezzi!) e ci infiliamo nei letti al piano mezzano, dove la puzza è più sopportabile. 
La notte scivola via tranquilla, innanzitutto perchè fuori è nuvoloso e le nuvole pare abbiano esorcizzato il Roby Ganassa dal demone di far foto notturne, inoltre perchè il bivacco Kima è ben isolato e al suo interno non fa affatto freddo.

L'alba in Gianetti, sulle rive di un'agitato mare di nebbie.

Salendo al passo del Camerozzo.

Al passo del Camerozzo.
La valle del Ferro invasa da un mare di nubi vista dal passo del Camerozzo.
Il tracciato di discesa dal Camerozzo verso la valle del Ferro.
Discesa dal Camerozzo.
Passaggi attrezzati scendendo dal passo del Camerozzo. La suola Continental che stiamo testando aderisce perfettamente alla roccia dando molta sicurezza: promossa.






































Lungo la parete a E del passo del Camerozzo.
Nella porzione occidentale della valle del Ferro.
Il bivacco Molteni-Valsecchi, sulle rive di un agitato mare di nubi.
Torrenti gelati alla base dei pizzi del Ferro.
Attraversando i ruscelli ghiacciati nella valle del Ferro.
Il ghiaccio ritratto a tutt'apertura del diaframma. Se ci si concentra sulla parte dx dell'immagine si osserverà un emozionante effetto di tridimensionalità regalato da questa particolare scena.
Al passo del Qualido.
Il Disgrazia dal passo del Qualido.
Cima di Castello, punta Rasica e pizzi Torrone scendendo dal passo del Qualido.
Una bella cornice per la cima di Zocca (foto Gioia).
Il passo del Qualido da E.
Verso il passo dell'Averta.
Al passo dell'Averta.
Avvicinamento al rifugio Allievi-Bonacossa.
La cima di Zocca dai pressi del rifugio Allievi.
Al passo di val Torrone.
Salendo in val Torrone. Dalle nubi emerge la lancia del superbo pizzo Torrone Orientale (m 3333).
Le catene per il passo del Cameraccio.
Alcuni pioli agevolano la salita al passo del Cameraccio.
Cartolina dal passo del Cameraccio, il punto più alto del sentiero Roma.
L'anticima N del pizzo Cameraccio dalla sua cresta N.
Fotografo al passo del Cameraccio.
Tramonto in val Cameraccio. Per ottenere l'effetto stellato con pila frontale si deve chiudere il diaframma a f 9.0 e, se si vuole fare la foto con macchina in mano, si devono alzare gli iso almeno a 1600.
Notte di nebbia al bivacco Kima.
L'accogliente bivacco Kima: 12 posti letto con coperte, tavolo, fornelletto, dispensa ben fornita e stufa con legna in caso di emergenza.











mercoledì 5 ottobre 2016

3 giorni sul sentiero Roma - I giorno

Il sentiero Roma è un tracciato escursionistico già in voga negli anni ’30 che unisce Novate Mezzola, in Valchiavenna, con Chiesa in Valmalenco. Per fare ciò, dopo aver risalito la lunga e selvaggia val Codera, attraversa per intero l’impervia e spettacolare testata della val Masino, passando ai piedi di colossali montagne quali i pizzi Badile, Cengalo e del Ferro, la cima di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone e, infine, costeggiando da S il monte Disgrazia, che coi suoi m 3678 è la montagna più alta della regione. Il tragitto supera i 60 km e i 4500 metri di dislivello positivo.
Il sentiero Roma viene per convenienza suddiviso in 5 tappe: Novate Mezzola - rifugio Brasca, rifugio Brasca - rifugio Gianetti, rifugio Gianetti - rifugio Allievi, rifugio  Allievi - rifugio Ponti, rifugio Ponti - Chiesa in Valmalenco. Nel suo sviluppo presenta passaggi attrezzati di discreto impegno e piuttosto esposti, pertanto è adatto solo a escursionisti esperti e con un minimo di pratica alpinistica. È vivamente sconsigliato nel periodo invernale in quanto alcuni tratti, quali l’attraversamento del passo del Camerozzo, risulterebbero con neve e ghiaccio alquanto laboriosi e arrischiati.

Al passo del Cameraccio (m 2950), il punto più alto del sentiero Roma

Veniamo a noi.

Le Montagne Divertenti descriverà il sentiero Roma nei numeri del 2017 e 2018, così dobbiamo andarlo a provare e raccogliere immagini e impressioni sul posto.

I rifugi sono aperti nel periodo estivo, ma le migliori condizioni fotografiche si hanno in autunno, quando l’aria è più tersa e le luci sono radenti. Perciò partiamo a ottobre, nella consapevolezza che dovremmo affidarci ai soli locali invernali, ai bivacchi e portarci tutte le provviste sulle spalle. Per quest’ultima ragione decidiamo di condensare l’avventura in 3 giorni, costringendoci così a giornate da oltre 10 ore di marcia, ma con zaini un po’ più leggeri.
Il mio, in particolare, con cibo, fornelletto, pentola, attrezzatura foto, ramponcini per scarpe da trekking, vestiti di varia grammatura, calze e magliette di ricambio, frontalino, guanti,crema da sole, occhiali… cioè tutto ciò che è indispensabile, pesa 12 kg. Non abbiamo con noi nulla da bere se non una thermos che riempiremo quando troveremo dei ruscelli.
Per la logistica ci affidiamo ai mezzi pubblici, questo non solo per questioni di coscienza ambientale, ma specialmente per risparmiare tempo e denaro: dalla stazione Sondrio dalle 5 di mattina alle 8 di sera parte un bus o un treno ogni ora che in 1/1:30 ore porta a Novate. Il prezzo è di 5,4 € per il bus e di 5,5€ per il treno, molto meno che in auto e, per di più, senza la scocciatura di dover tornare a recuperare il mezzo alla fine della gita. Da Chiesa, infine, ci sono bus per Sondrio fino alle 18.30.

Sarebbe sciocco usare l'auto.

Durante la gita abbiamo testato le Adidas Terrex Fast, una scarpa da trekking con una suola super performante in termini di aderenza. La prova è andata bene, anche quando si è trattato di ramponare la scarpa in tratti con neve e ghiaccio, tuttavia nel caso di un trekking così impegnativo sconsiglierei una tale scelta ai meno preparati in quanto nell’attraversare pietraie e terreni molto sconnessi si rischia, con una calzatura bassa, di farsi male a piedi e caviglie. La protezione offerta da uno scarponcino è migliore, anche se va a scapito della leggerezza.



5 ottobre 2016
Con Gioia sono alle 5:45 alla stazione dei bus di Sondrio, dove saliamo su quello per Chiavenna che alle 7 fermerà a Novate. Il bus è deserto, ma l’autista già ci avvisa di metterci vicino alla porta posteriore perchè diventerà presto pieno di studenti. Il fatto ci sorprende, ma si avvera, perchè da Castione in poi numerosi ragazzi salgono diretti alla volta di Chiavenna. Hanno una bella forza di volontà nel sobbarcarsi tutti i giorni tutte quelle ore di corriera che, per quelli che salgono da Morbegno in avanti, è obbligatoriamente in piedi.
Appena rischiara quando veniamo depositati a Novate (m 200). Raggiunta la chiesa e bevuto un caffè nel bar che sempre accompagna i luoghi di culto, dritti a N, su via Roma, puntiamo alla della val Codera. Via Roma diventa via Mezzolpiano e dopo 15 minuti siamo al piazzale sterrato da cui ha inizio il sentiero per Codera. Una selva di cartelli offre informazioni su apertura e contati di rifugi e ostelli. Ne deduciamo che l’unico oggi aperto è il Bresciadega, a 3 ore di marcia.
Una tortuosa scalinata tra castagneti ci consegna al cartello che sconsiglia di sostare nel successivo traverso (dx) sotto un’alta parete di granito da cui non è raro si stacchino dei sassi. Una ruspa arrugginita ci indica la presenza di una cava dismessa, quindi una breve salita con bella vista sul lago di Mezzola e sul dirimpettaio borgo di San Giorgio, ci accompagna ad Avedé.  Avedé è diviso in due nuclei, di cui l’inferiore presenta minuscole casette sparse nel bosco, e quello superiore edifici più grandi, stretti gli uni agli altri a formare una sorta di barriera che si affaccia a un ampio prato lasciato inselvatichire dall’abbandono. DI fatto, dopo aver fin qui guadagnato quota, ci stiamo solo ora intruffolando nella val Codera, l’ultima grande valle della provincia di Sondrio senza strade, senza fretta, ma ancora piuttosto frequentata e amata specialmente da chi ha sistemato e continua a vivere, seppur solo in ristretti periodi dell’anno, la casa ereditata dai propri antenati.
Da Avedé la mulattiera perde quota per passare, dentro una lunga galleria che ripara da sassi e slavine, ai piedi di una liscia placconata. Una salita, il cimitero ed eccoci nella piazza di Codera (m 825, ore 2).
Visita al paese, dove ancora un uomo risiede tutto l’anno, e insistiamo verso E nel fondo della valle. All’arrivo della funicolare ha inizio la strada sterrata deputata allo smistamento di merci e materiali nei vari nuclei sparsi nella valle.
Lungo la carrozzabile incontriamo varie persone intente in lavori di manutenzione o dirette alla propria baita. Superiamo Saline e Stoppaddaura, per arrivare a Bresciadega (m 1214, ore 1:30), dove nell’omonimo rifugio troviamo l’accoglienza di Anselmo Nonini, classe 1932, che, congedati due amici, ci prepara un té caldo mentre ci scaldiamo davanti al camino. Mi dò più volte del cretino per esser giunto fin qui in braghine e maglietta, convinto che il sole ci avrebbe presto fatto dimenticare il vento freddo. Ma così non è stato perchè, come ci spiegherà il gestore, le ore di luce iniziano a diventare poche e quando lui chiuderà la stagione, a novembre, qui al rifugio di sole non ne arriverà più già da una decina di giorni. Anselmo, gentile e minuto, robuste mani segnate dal lavoro, profondi occhi azzurri che si accompagnano a capelli bianchi ben pettinati all’indietro, lineamenti rassicuranti e a una voce pacata, ci racconta del sole, della Seconda Guerra Mondiale, che lui ha vissuto che era già adolescente, dell’incendio di tutte le baite di “Bresciàdiga” da parte dei Nazifascisti nel 1944, del fatto che qui fino all’inizio degli anni ’80 c’erano ampi pascoli e molte mucche. Ci fa infine  l’in bocca al lupo per la lunga gita che ci attende e che anche lui ha già fatto e apprezzato: «Quest’anno sarete gli ultimi a fare il sentiero Roma!»
Lasciato il rifugio incontriamo il sole e ci lasciamo accarezzare i volti per qualche minuto, mentre freneticamente cerco di prender nota sul taccuino di tutte le informazioni ricevute.
Mezz’ora e siamo al rifugio Brasca, dove un gruppetto di uomini non più giovanissimi ma molto allegri chiacchiera animatamente.
Poco a O del rifugio c’è il cartello che segnala l’imbocco del sentiero per il passo del Barbacan. Lo prendiamo in tutta la sua ripidezza. Il tracciato, che ben tenuto e a tratti scalinato, prende decisamente quota nel bosco, superando il ripido accesso alla valle d’Averta. A m 1900 usciamo dal bosco e con un ampio arco da dx a sx raggiungiamo le abbandonate baite dell’Averta (m 1957, ore 1:50), L’alpeggio, un tempo sfruttato dalle genti di Codera, è diviso in due nuclei. Quello inferiore, al margine di una pietraia, conta molte piccole baite che si confondono con l’ambiente circostante e assomigliano quasi a dei trulli. Il gruppo di baite superiori, una decina e un po’ più grandi si trovano su una breve dorsale erbosa che termina con un poggio panoramico dotato di croce e da cui si può ammirare l’intera val Codera. Accanto alla croce vi sono un rudimentale tavolino e delle massicce panchine di roccia, che utilizziamo per il pranzo.
In alto, a chiudere la valle Averta, vi sono i pizzi dell’Oro e la cima del Barbacan, divisi dall’inconfondibile guglia della punta Milano, alla cui dx è il passo dell’Oro. Lo attraversa chi vuole raggiungere il rifugio Omio. Noi invece ci avvarremo del valico a sx della cima del Barcan e che prende il nome di Barbacan settentrionale, una breve sella in cima a un canale di sfasciumi ben 700 metri più in alto di noi. E così, alle quasi 2 ore per salire dal Branca all’Averta, ne dobbiamo aggiungere altre 2 per guadagnare l’accesso alla val Porcellizzo. La via, ora meno comoda, si snoda tra macereti e magri pascoli d’alta quota, per concludersi, oltre il bivio per il passo dell’Oro, su una sdrucciolevole pietraia. Siamo all’intaglio del passo del Barbacan (ore 2) che sono le 4:30 di pomeriggio. Il vento gelido ci incalza, mentre le ombre delle cime di Barbacan e dell’Averta si allungano sulla valle Porcellizzo quasi a volerci indicare la direzione per il rifugio Gianetti, una casupola grigia con infissi e tetto rossi adagiata a m 2500 nel mezzo della valle, all’incirca a S del pizzo Badile.
Il cammino è ancora lungo, perchè dopo aver perso circa 150 metri di quota, dobbiamo fare un po’ di su e giù tra pascoli e pietraie che allunga un po’ i tempi che uno supporrebbe guardando dal passo il rifugio.
Siamo alla Gianetti (ore 1:15) con l’ultimo sole. Dietro il rifugio si trova la piccola struttura in muratura del rifugio Piacco, che altro non è che il locale invernale della Gianetti.
Sono passate 10 ore da quando il pullman ci ha lasciato a Novate, 26 km e 2700 metri di dislivello fa.
Non c’è nessuno, quindi depositiamo gli zaini e andiamo in cerca di acqua per un bagnetto frugale e per la cena: risotto allo scoglio liofilizzato e due scatole di sgombri.
Mentre nella piccola pozza a NE del rifugio ci stiamo rifornendo d’acqua, vediamo spuntare alle pendici del Badile tre alpinisti, probabilmente reduci dallo spigolo N. Le nostre preghiere che non si fermino vengono accolte, e svelti come sono apparsi a monte, si dileguano a valle, lasciandoci l’intero rifugio per una notte al sicuro da possibili coinquilini che russano come orsi o che scoreggiano come gli abitué della fiera della castagna.
Alle 8 abbiamo già cenato e, spinti dal freddo, dopo alcune foto notturne ai giganti della val Porcellizzo, ci scaviamo la nostra tana sotto un mucchio di coperte in quanto anche dentro al bivacco la temperatura è negativa.

Punto l’orologio alle 7, perchè domani abbiamo appuntamento col Roby Ganassa alle 10 al bivacco Molteni-Valsecchi e quassù, senza possibilità di dar disdetta e con climi così rigidi, la puntualità non è solo cortesia, ma anche dovere.

Sulle scalinate sopra Novate.
Sul sentiero per Codera.
Codera e il monte Gruf.
Il rifugio Bresciadega, aperto da aprile a novembre, è l'unico esercizio aperto in alta val Codera anche fuori stagione.
Anselmo Nonini, classe 1932, storico e cortese gestore del rifugio Bresciadega.
Le baite dell'Averta.
La punta Milano, al centro, e i pizzi dell'Oro ,a dx, dall'Averta.
Lungo il sentiero per il Barbacan, prima che il vento ci geli le ossa.
Le ultime pietraie per il Barbacan. Sullo sfondo la val Codera.
Al passo del Barbacan.
In val Porcellizzo, diretti alla Gianetti. Sullo sfondo Badile, Cengalo e Gemelli.
Le cime della val Porcellizzo specchiate in una piccola pozza sopra la Gianetti.




mercoledì 14 settembre 2016

Pizzo Baldile (m 3308) e pizzo Cengalo (m 3369) dai Bagni di Masino

Una bella gita fatta in giornata con l'amico Christian per salire le due più alte e famose vette della val Porcellizzo partendo dai Bagni di Masino e passando per il rifugio Gianetti. Concatenare le vie normali di Badile e Cengalo è faccenda piuttosto svelta, in quanto si può attraversare dai piedi della cresta S del Badile fino alla valle tra il pizzo Cengalo e la punta Sertori senza mai scendere sotto i m 2850 (veloci placconate e pietraie)

La traccia di salita a Badile e Cengalo dal rifugio Gianetti.
Partenza: Bagni di Màsino (m 1172).
Itinerario automobilistico: da Morbegno seguire la SS 38 verso Sondrio. Appena attraversato il ponte sul Màsino, svoltare a sx (5 km a E di Morbegno) e seguire la SP 9 della val Màsino fino al suo termine: i Bagni di Màsino (2 km oltre l'abitato di San Martino). Poco prima dell'impianto termale vi è sulla sx uno spiazzo sterrato in cui si può lasciare l'auto.
Itinerario sintetico: Bagni di Màsino (m 1172) - Corte Vecchia (m 1405) - alpe Zoccone (m 1899) - rifugio Gianetti (m 2534) - pizzo Badile (m 3308) - pizzo Cengalo (m 3369) - rifugio Gianetti (m 2534) - Bagni di Màsino (m 1172)
Tempo per l’intero giro: 14 ore.
Attrezzatura richiesta: scarponi, casco, 30 m di corda e imbraco. Ramponi e piccozza sono indispensabili con neve residua sulla via o nel canale che porta in cresta sul Cengalo (informarsi al rifugio Gianetti - 0342/645161).
Difficoltà/dislivello in salita: 4+ su 6 / oltre 2700 m.
Dettagli: PD il Badlile e f+ il Cengalo. Passi su roccia fino al III+ grado. Non sottovalutate la lunghezza del giro e il dislivello.

Mappe

- Val Màsino - carta escursionistica, 1:30000;

- CNS n.268 e n.278, 1:50000;
- Kompass n.92, Valchiavenna e Val Bregaglia, 1:50000.



La testata della val Porcellizzo con al centro Badile e Cengalo dalla casera Zoccone.
La via normale al pizzo Badile e il rifugio Gianetti.
Ai piedi del pizzo Badile.

In vetta al pizzo Badile.

La val Bondasca dalla vetta del pizzo Badile.

Una mano a chi non ce la fa da solo.

Panorama dalla vetta del Badile.
Traversando ai piedi delle pareti S di Badile e punta Sertori.

Badile e punta Sertori dai pressi del colle del Cengalo.

In vetta al Cengalo vi sono impressionanti cornici costituite da blocchi di granito, sotto cui la parete precipita per oltre 1000 metri.

Christian in vetta al Cengalo.