mercoledì 22 marzo 2017

L'ultimo saluto a Luciano Bruseghini

Sicuramente la maggior parte di voi sarà già informata, ma vogliamo comunque comunicare a tutti la sconcertante notizia della scomparsa dell'amico e preziosissimo collaboratore Luciano Bruseghini, avvenuta venerdì scorso in seguito a una valanga in Valmalenco.
Luciano era un ottimo alpinista, scrittore e fotografo che sin dalla nascita de “Le Montagne Divertenti” ha aderito al progetto con grande energia e dedizione. Grazie ai suoi testi, ai suoi scatti e ad approfondimenti inediti e originali ci ha permesso di scoprire lati sconosciuti delle nostre montagne, specialmente della sua Valmalenco.

Vogliamo ora stringerci attorno alla sua famiglia e in particolare alla sua compagna Valeria e ai suoi bimbi, con tutto l'affetto e l'immensa stima che nutriamo verso Luciano.
I funerali saranno giovedì 23 marzo alle 14.30 presso la chiesa di Caspoggio e chi volesse partecipare porterebbe con la sua presenza un grande attestato di stima ai suoi cari.

Queste è ciò che Luciano scriveva di sé, poche e semplici parole per descrivere un uomo eccezionale:
"Classe 1974, scrittore e fotografo di montagna e di viaggio, da sempre risiedo a Caspoggio. Fin da piccolo frequento le montagne della mia valle, prima con semplici escursioni, poi, via via, con scalate più impegnative. Particolarmente profondo è il mio legame con gli sport invernali, scialpinismo in primis. La passione per la fotografia mi è stata trasmessa da Roberto Moiola, amico di lunga data con cui ho condiviso molti viaggi in giro per il mondo alla scoperta di splendidi paesaggi e di diverse culture. Ad oggi, oltre 70 miei articoli di scalate, escursioni e viaggi sono stati pubblicati sulla rivista Le Montagne Divertenti, di cui sono, fin dalla sua nascita, uno dei principali collaboratori."


sabato 18 febbraio 2017

Corno di Braccia (m 2908) parete NE



Il Corno di Braccia dal Sasso Nero.

Tutto ha avuto inizio nel 2009 quando, dopo aver letto un racconto di Bruno Galli-Valerio, ho appurato che la parete NE del corno di Braccia non è affatto inaccessibile come sembra, anzi esiste un passaggio nemmeno troppo difficile che consente di superare l'alta barra rocciosa che da m 2500 si alza fino a m 2800. Un muro di roccia che, chi lo osserva dagli impianti sciistici del Palù, sembrerebbe compatto e tutto fuorché adatto allo sci.
Avevo fatto una prima esplorazione della zona a inizio maggio 2009, assieme a Mario e Fausto. Appena sopra Girosso, però, una grossa valanga aveva spazzato il versante e ci aveva convinto a rimanere sulla dorsale che divide la conca di Girosso dalla valle Orsera, osservando quest'ultimo vallone da lontano e perciò senza capire bene dove fosse il passaggio di cui avevo letto. Quella grande dimostrazione di forza della natura mi aveva inoltre persuaso ad accantonare il progetto di una salita invernale - troppo rischiosa.
3 anni dopo, a novembre, con Andrea ho percorso tutta la cresta che da Primolo arriva sul pizzo di Primolo e quindi sul Corno di Braccia (http://lemontagnedivertenti-diario.blogspot.it/2012/12/cresta-di-primolo-e-corno-di-braccia-m.html). Con neve e freddo ho appurato che il versante che precipitava alla nostra sx era tutt'altro che impossibile, almeno fino dove, a un certo punto, pareva esserci un grosso salto. Ma lì, sulla scorta di quanto scritto dal Galli-Valerio, doveva esserci un passaggio, una sorta di canale che non si vede da lontano.
Pochi mesi dopo, in una gelida giornata di febbraio, con la neve dura come il marmo, e perciò stabilissima, ritento la salita da Girosso. Una ravanata cosmica su neve ventata che mi dissangua le energie. Riesco tuttavia a trovare il canale obliquo, proprio nel centro della parete, che porta al livello superiore, quindi nel piano inclinato ai piedi della cresta E del monte. È tardi però e sono molto stanco, così decido di rientrare. In salita avevo forzato un passaggio sulle rocce, così ad un certo punto in discesa levo gli sci per disarrampicarlo, quando scopro che, stando più esterno avrei potuto sciare su un agevole pendio.
Ho la certezza quindi che sciare la parete NE del corno di Braccia è possibile e se nessuno l'ha fatto fino ad ora, benché in circolazione ci siano centinaia di sciatori molto più bravi di me, è perché il passaggio chiave, da m 2500 a m 2700, non lo vedi se non quando ti ci trovi in mezzo.
Ora che lo so, decido di tornarci due mesi dopo, ad aprile. La giornata è calda, ma confido di fare svelto, prima che la neve molli e possa scendere qualche slavina...

Supero l'alpe Girosso e sono nel punto più critico della salita, in quanto mi trovo al centro dell'imbuto in cui convergono tutte le slavine che si staccano nell'anfiteatro.
Questo canale è diviso in due da un sottile diaframma con una rada criniera di mughi.
La neve è marcia, per cui procedo con le orecchie dritte. A un certo punto odo un fruscio grave e una leggera brezza si alza nel canale.
Cazzo la valanga!
Scappo verso l'esile diaframma, mia unica possibilità di salvezza. Ci arrivo in tempo: passano soli pochi secondi che, infatti, arriva una prima grossa scarica di neve bagnata che trascina con sé alberi, blocchi di ghiaccio e rocce.
Scivola a valle lentamente ma inesorabilmente e con una potenza inaudita. A pochi metri da me.
Mi si gela il sangue nelle vene e, appena finita la scarica, troppo piccola per convincermi che il versante si sia bonificato, faccio dietro front e corro a tutta birra fino all'alpe Girosso, rialzata rispetto alla valle e perciò in posizione del tutto sicura. Lì mi siedo su un roccione levigato e aspetto che la natura dia prova di tutta la sua potenza.
Il tempo di un panino che sento nuovamente il cupo fruscio di una gigantesca valanga contenente blocchi grandi come furgoni che, dopo aver devastato il versante, si raccoglie in uno stretto canale prima di compire un salto nel vuoto fino al fondovalle.

(http://lemontagnedivertenti-diario.blogspot.it/2013/04/gipeto-e-valanghe-sul-corno-di-braccia.html),



Anche questa volta mi è andata bene. Rientro a casa un po' spaventato ma tutto intero e chiudo quel progetto a chiave in un cassetto, gettando via anche la chiave.
Passano 4 anni e facendo un po' di ordine nella mia testa ritrovo quella chiave e quel progetto che, nei nostri discorsi, avevo proposto anche al mio amico Caspoc'.
In un'uscita di piacere sul pizzo Brunone a febbraio rilevo che la neve è perfetta per rimettere il naso sul corno di Braccia. Soffice, ma estremamente stabile anche perchè poca. Senza fare ulteriori riflessioni, 48 ore dopo parcheggio la macchina a San Giuseppe e mi incammino verso quello che è il quarto tentativo.

Partenza: San Giuseppe (m 1400).
Itinerario automobilistico: da Sondrio si prende la SP15 della Valmalenco. Arrivati a Chiesa in Valmalenco (12 km) si prosegue per il ramo occidentale della valle fino a San Giuseppe (4 km). Si parcheggia nel piccolo spiazzo sulla sx appena prima del cartello d'inizio paese.
Itinerario sintetico: San Giuseppe (m 1400) - alpe Zocca (m 1400) - alpe Girosso (m 1779) - corno di Braccia per la parete NE (m 2908) - alpe Girosso (m 1779) - alpe Zocca (m 1400) - San Giuseppe (m 1400) .
Tempo  previsto: 5/6 ore per la salita.
Attrezzatura richiesta: attrezzatura da scialpinismo e kit antivalanga, casco, corda, imbraco, piccozza e ramponi.
Difficoltà/dislivello: 4,5 su 6 / oltre 1700 m.
Dettagli: OSA/PD+. Le pendenze massime della parte sciistica si aggirano sui 40° o poco più, ma i traversi esposti e la zona soggetta a grandi valanghe spontanee rendono la gita piuttosto rischiosa. Gli ultimi 50 metri per la vetta sono esposti e con passi su roccia fino al III. Prestare molta attenzione alle cornici lato valle Orsera.

Mappe:
- Kompass 1:50000  n. 93 (Bernina).
- Valmalenco. Speciale Alta Via della Valmalenco, 1: 30000, allegato omaggio al n. 29 de LMD.

Base swisstopo.ch

18 febbraio 2017
La statistica di 2 grosse slavine su 3 volte che sono stato sopra Girosso con la neve è poco incoraggiante, ma oggi sento che è la giornata giusta.
C'è un fiume i sciatori che si sta recando sulle piste del Palù. Chissà se qualcuno, guardando dall'altra parte della valle, vedrà un puntino rosso in mezzo alla parete. Gli sembrerà sicuramente un pazzo suicida, quando invece non sto andando a fare nulla di particolarmente difficile.
La compagnia è scarsa; mancando il mio amico Caspoc', non è, ne sarà facile trovare qualcun altro che viene con me a fare certi tipi di gite e con cui mi possa sentire così a mio agio.
C'è chi non può più per ordini di scuderia, chi ha cambiato vita, chi vive la montagna in modo troppo diverso dal mio. E meglio soli che... di questo ne sono consapevole. Le prossime avventure me le farò con una maschera da maiale per ritrovare almeno un po' di allegria, oltre che per garantirmi - visto che me ne importa tanto quanto di avere i vestiti alla moda e le sopracciglia apposto- di star compiendo delle prime assolute... vestito da maiale.

Per il sentierino ghiacciato scendo fino al ponte sul Mallero, al di là del quale imbocco, già sci ai piedi, la traccia per Primolo. Poche decine di metri e prendo (dx) la mulattiera per l'alpe Zocca, un gruppo di baite abbandonate ordinatamente disposte su un pianerottolo erboso a picco sul Mallero.
Zig zag e qualche grattata sui sassi affioranti, ed eccomi alle dirute baite, a S delle quali il sentiero seguita a salire a dx di una vallecola. 200 metri più in alto la attraversa (sx) e si porta, dopo un bosco di larici, all'alpe Girosso. Poche baite abbandonate, costruite con pietre a secco e le cui porte in legno sono state abbattute, sono artisticamente posate su un pendio sorretto da un alto salto di rocce che le isola dal fondovalle, ma che le protegge anche dalle valanghe che coinvolgono il versante. La croce in legno che segnala l'orlo del precipizio verso NE è visibile anche dal Curlo o da Caspoggio. Il corno di Braccia fa capolino sopra le baite.
La prospettiva frontale e ravvicinata non rende minimamente l'idea che da qui alla vetta mancano ancora quasi 1200 metri di dislivello, nè permette di valutare le pendenze. La neve è polverosa, ma assai poca e lascia emergere il lungo muretto a secco che divide in due dell'alpe. Questo e il limitar del bosco costituiscono le linee di fughe che indirizzano lo sguardo verso la parete NE del corno di Braccia, baciata dal sole del mattino.
Un traverso in piano dalle baite superiori di Girosso e mi trovo nel centro dell'inquietante canalone in cui convergono tutte le valanghe che si staccano dal versante.
La neve è stabile. A tratti quasi troppo dura e mi fa scivolare mentre inanello una serie fittissima di inversioni per prender quota puntando al centro della parete, nel punto in cui un'ansa nevosa pare spingersi più in alto del basamento roccioso.
A m 2200 il canale si fa meno definito ed esco su un pendio aperto costellato di grandi massi rossicci. A ridosso dei massi delle nicchie in cui è possibile sostare senza paura che lo zaino rotoli a valle.
Echeggia fin qui la fastidiosa musica che inebria il comprensorio sciistico del Palù. Qualche dj sta suonando uno strumento simile a un maglio.
È bizzarro: sono a meno di 2 km dagli impianti e già mi trovo, musica a parte, nell'isolamento più totale.
La pendenza cresce fin quasi a 40° quando entro nella vallecola che par doversi infrangere contro la parete. A pochi metri dalle rocce (m 2550) vedo, e già lo sapevo, che sulla sx si alza una ripida rampa larga sempre più di 10 metri, il passaggio chiave della salita. Passaggio chiave non tanto per le difficoltà, davvero modeste, ma perchè se non lo conosci, mai e poi mai ti verrebbe in mente di avventurarti su per di qui.
Compio un traverso ascendente di circa 80 metri in cui preferisco togliere gli sci e, ramponi ai piedi, lambire le rocce: ho paura che tagliando il pendio possa disgaggiare un qualche lastrone. Ai miei piedi la barra di rocce si fa via via più alta.
Raggiungo una poco marcata dorsale che divide in due la parete. Rimetto gli sci e, dopo aver guadagnato altri 50 metri di quota, traverso a dx. Una lunga diagonale che supera alcune rugosità del versante. Il pendio è molto ampio, ma ho sempre il timore mi parta qualcosa da sotto gli sci.
Man mano mi sposto verso O, puntando ad uscire in cresta sulla selletta a E della cuspide sommitale del corno di Braccia, le pendenze scemano, ma aumenta la mia consapevolezza del salto sempre più alto che c'è in fondo al pendio nevoso.Dalla sellettami spingo ben più a O a ridosso della cresta, finchè a m 2830 ca. una fascia rocciosa mi obbliga a levare gli sci. Sono quasi 4 ore e mezza che sono in giro.
Mi affaccio sulla valle di Sassersa schiaffeggiato da un sole fortissimo, così inteso da  far sublimare la neve appoggiata alle rocce. Mentre le previsioni ipotizzavano per oggi un freddo cane, la temperatura è ben al di sopra dello zero. Al sole. Mentre, per fortuna all'ombra sono -5°/-6°C.
Abbandonati sci, pelli e zaino, con la sola piccozza e ramponi ai piedi mi dirigo verso la vetta. Supero la barra di rocce e mi immetto in un ripido canale nevoso che raggiunge (dx) la cresta NNE del monte. Giunto nel canale ho la sensazione che potrei scenderlo con gli sci, così torno al deposito, carico gli sci nello zaino e senza piccozza (cretino) riparto per la vetta.
La neve è cotta e sotto i ramponi si fa talvolta uno zoccolo di quasi 40 cm! Devo continuare a scrollare via la neve dai piedi. 50 metri di canale (45°), non difficile ma che in basso sfocia su un bel salto di rocce, e sbuco in cresta su una inquietante cornice aggettante verso la valle Orsera.
Ops, dietro front di 10 metri e conficco gli sci nella neve: nel successivo traverso è necessario arrampicare su roccia, quindi è inutile portare le assi, come è stato inutile trascinarle fin qui perchè non c'è assolutamente lo spazio per calzarle.
Inizio il traverso a sx, appena sotto cresta, che riguadagno dopo alcune roccette (II+). Segue una selletta nevosa con cornici, quindi mi trovo sulla breve dorsale rocciosa pochi metri sotto la cima. Faccio per salirla, ma scivolo più volte in quanto si tratta di una placca coperta da neve inconsistente. Se avessi la piccozza... maledizione.
Ci provo due o tre volte, ma vengo rispedito alla base della placca. Un passo falso da qui vorrebbe dire un volo verticale di quasi 100 metri.
Un pezzo di corda o anche solo uno "sc'iulati a salire" probabilmente mi avrebbe spento ogni timore, ma queste cose mancano e la maschera da maiale che ho appresso non è in grado di aiutarmi in alcun modo.
Potrei tornare al deposito sci, prendere la piccozza e risalire, ma forse è meglio che, anzichè intestardirmi sugli ultimi 15 metri di una cima che ho già raggiunto un sacco di volte, anche da questo lato, mi dedichi a sciare la parete NE, obbiettivo di giornata che rischio di non godermi se sperpero altre energie.
Così torno a m 2830 e sulle rocce bollenti mi gusto il pranzo, disturbato solo dalla musica degli impianti che si alterna al rombo delle motoslitte che stanno "arando" l'alpe Lago. Raramente il vento ruota da SO e si trasforma in brezza fresca e silenziosa.
Mi guardo attorno studiando nuove gite, ma la gioia finisce quando mi soffermo un po' sulla Sassa di Fora e con infinita nostalgia penso al mio amico Caspoc', all'ultima volta che ci siamo visti, alla sera del giorno dopo, ai mesi di ricerca, alla rabbia che ancora nutro per uno spregevole mitomane che ha reso ancor più difficile un periodo di per sé drammatico, alla gente che gli ha fatto il coro e che mi insultava dall'alto di una cieca ignoranza. Mi salgono rabbia e angoscia.

2016, un anno di merda. Macchie in faccia, dolori alla pancia, piscio sangue, il motocoltivatore che mi finisce addosso, penso di esser morto, la botta, volo 15 metri, riapro gli occhi, sono nelle spine, Gioia mi sciacqua via la terra con l'acqua gelata, sto per svenire, vai a piano che mi manca il fiato, ospedale, codice rosso, nulla di rotto, urologo, prostatite, urologo, recidiva, urologo, recidiva, decido che sto meglio, ceno col Caspoc', parliamo di gente sleale, parliamo di sci, guardiamo un pezzo di un film con Lino Banfi, «giovedì andiamo in val Codera assieme», «domani vado sul Varuna», «non stancarti che giovedì è lunga», sms, "allora a che ore ci troviamo? alle 5 a far colazione dal Silvio?", non risponde, l'ha spento, sarà ancora in giro, ore 19, «il Roberto non è rientrato sai dov'è?», chiamo il Fulvio, «la strada per Campo Moro è chiusa, qui non può esser venuto», organizzo gli amici per cercare l'auto negli altri luoghi dove penso potrebbe essere andato, Andrea la trova, avvisiamo i soccorsi, arriva gente strampalata, raggiungiamo la base della Sassa di Fora, so quello che voleva fare su questa montagna: scendere la parete E per un canale ripido, c'è una gigantesca valanga, se è qui sotto non c'è speranza, osservo meglio, capisco e riferisco che secondo me la valanga è vecchia, vengo ignorato, veniamo allontanati perché superflui ora che credono d'avere il trofeo a portata, passo la notte pensando di averlo magari lasciato al freddo in cima, a Chiesa alla stazione, grande sagra, numerosi voli d'elicottero, l'esultanza dei giornali che han di che scrivere, l'indelicatezza e l'inopportuna invadenza dei giornalisti, la notizia a tutti i costi, l'egocentrismo della gente, vorrei rendermi utile, sono confinato a Chiesa, ho la vescica in fiamme e dolori all'addome, devo tener duro, non so che dire ai familiari, mi guardano come se potessi farci qualcosa, ma non posso fare niente, mi sento inutile, quelli del soccorso dicono che la traccia si interrompe in basso nel taglio della valanga, l'hanno vista, gli credo, il giorno dopo notano che prosegue più in alto, gli credo ma ora un po' meno, il giorno dopo Gigio prende un volo privato e appura che è arrivato in vetta, non mi fido più, mi do del coglione a non aver seguito il mio istinto, sabato vado in Svizzera con Andrea, lì non possiamo esser fermati, vedo qualcosa, ci sono forse delle tracce di sci sul versante E, nebbia, non si vede più nulla, nevica, qualcuno spiffera ai giornali le informazioni e si fa bello sui social, le notizie lievitano, non si capisce cos'è verità e cos'è invenzione, protesto su come sono state condotte le operazioni, vengo ignorato, poi trattato come un eretico, la frustrazione di non essere per nulla apposto fisicamente e di avere il mio compagno di scalate disperso, va recuperato per alleviare la sofferenza dei suoi famigliari, lo devo  fare, glielo devo per la sua amicizia sempre sincera, per il suo altruismo che mi faceva sentire sicuro anche sulle pareti più ripide e sulle creste più marce, nevica, inutile andar su, 10 giorni di mare: mi faranno bene, la salute peggiora, rientro ma il tempo fa ancora cagare, ci metto anima e corpo, con amici e fratelli, anche l'Elia continua a perlustrare la zona, una montagna deserta perchè nessuno a riflettori spenti ci vuol più perdere tempo, la neve impietosamente stende un lenzuolo bianco sulla Valmalenco, a giugno faccio il giro della Sassa di Fora con Andrea, uno che piscia sangue e uno col bacino rotto, i normodotati monturati parlano ai giornali ma non deambulano fin quassù, niente, ancora troppa neve, piscio sangue, urologo, meglio fare approfondimenti ma non preoccuparti, sono terrorizzato, esito negativo, sono contento, meglio fare anche tac, ancora angoscia, arriva luglio, quanto fa male la prostata a salire alla forcella del Chaputsch, in 4, ci separiamo per un paio d'ore, Gioia è seduta in mezzo al ghiacciaio con Nicola a sbinocolare, torno dalla vetta della Sassa di Fora con Matteo, la firma del Caspoc' sul libro di vetta non c'è, Thomas e Stefano salgono dalla val di Fex, Gioia mi dice due o tre punti in cui guardare, ci guardo, un sasso arancione, un sasso, una palla di neve, una macchia azzurra, mi sbaglio, ricontrollo, una macchia azzurra, dammi l'altro binocolo, una macchia azzurra, prendo fiato, forse è la lente, un'aberrazione laterale, osservazioni da ingegnere, guardo un sasso all'incirca alla stessa distanza, non è azzurro, sono stanco morto, fa male la prostata, devo controllare, aspettatemi qui, scendo, mi avvicino, «È la sua berretta!», lì ci sono le racchette, «Venite!», «Chiamate anche Thomas e Stefano», telefono in Longoni, chiedo all'Elia dove cercare dato che la berretta è in alto e le racchette giù sotto a 15 metri, non abbiamo mai fatto ricerca in valanga, non abbiamo alcuna attrezzatura, «Dovrebbe essere più su delle racchette», ci vuole la sonda, non l'abbiamo, ci ingegniamo,  spacchiamo via le paperelle dai bastoncini, ecco le sonde, ci mettiamo spalla a spalla e sondiamo, che fatica, neve marcia, ci mettiamo tutta la nostra foga, la berretta è vicina, ancora niente, «Come si fa a capire quando c'è sotto una persona?», «Il bastoncino non penetra più, rimbalza come», «Rimbalza, qui c'è qualcosa», vado verso Thomas, sposto un po' di neve, il suo zaino, allontano tutti, è lui, i capelli ricci, gli accarezzo la testa, ha un taglio sulla nuca, capisco che è morto sul colpo volando giù dalla barra di rocce alle nostre spalle per esser travolto quindi dalla valanga da cui stava provando a divincolarsi, mi rassereno, guardo nel suo zaino, c'è ancora il panino, non ha pranzato, capisco esattamente cos'è successo, le tracce viste quel sabato erano proprio le sue, richiamo Elia, «L'abbiamo trovato, va recuperata la salma, che sia fatto tutto con discrezione, mi raccomando», Elia si impegna, anche chi ci agevola il rientro diretto in Italia, faccio rientrare i fratelli venuti dalla Svizzera, pochi metri, ritornano infuriati, la voce è già sui social, chiamo Elia, non è stato lui, qualcuno nel soccorso che si vanta di un trofeo, il mio amico, loro fratello, fanculo a tutti, arriva il giallone del 118, Matteo è furibondo e gli fa un gestaccio, chi è a bordo non ne può nulla, si arrabbia, chiarisco l'equivoco, faccio iniziare lui e Gioia a salire al Chaputsch, ho paura anch'io a guardare il mio amico in volto, lo faccio fare a Nicola, mi dice che non è rovinato, mi rassereno, non voglio verificare, guardo i piedi e gli scarponi, nient'altro, Marco Confortola ci dà istruzioni su come aiutare, è molto bravo e professionale, gli sono grato, alziamo il sacco, saluto il mio amico, pochi secondi e l'elicottero è già lontano, rientriamo a piedi, Franco va a fare il riconoscimento della salma, siamo all'auto, scottati dal sole, il funerale, mi manca davvero.
Prendo fiato e smetto di vomitar tensione.
Mi sposto sulla Sassa d'Entova. Mi torna in mente Fausto, la piccola croce lì posta in suo ricordo. È precipitato in una innocua passeggiata dopolavoro per prendere il sole ai piani d'Erna, lui che aveva salito anche in mutande tutte le vette dei Tatry. Ancora non capisco.
Poi vado sulle creste di val di Togno percorse ad agosto, coi guanti di Fausto e concludendo di notte, assieme ad Andrea, sulla Sufrina, vicino alla piccola scultura con la foto del Caspoc, tutti e tre assieme, inaspettatamente, ancora una volta.
Mi fermo prima che inizi a girarmi la testa e infrango il turbine di pensieri e l'agitazione contro il dolce ricordo di due splendide amicizie. Ora tocca a me continuare a fare ciò che condividevamo, per rispetto loro che così vivranno nuove avventure attraverso i miei occhi.

Su gli sci e via, giù per il pendio di neve a tratti polverosa, a tratti crostosa e difficile, a tratti così scarsa da dover stare attento a non impuntarmi sulle rocce. Il mio allenamento è pure scarso e mi devo fermare di tanto in tanto a far raffreddare il muscoli che scottano.
La sciata verso valle è però gradevole. Il pendio tocca forse i 45° in una brevissima strozzatura, per il resto non arriva a 40°. Scendendo non ho più paura delle valanghe. Tengo le assi fino alla vallecola a m 1550, poi le appendo allo zaino e saltellando nella miseria di neve rimasta torno all'auto. Felice.

Traccia di salita vista da Girosso.

Un ciun nel tratto più ripido; oltre la strozzatura alla base della parete.

La parte alta della parete.

Al deposito sci a m 2830 ca.
  




mercoledì 15 febbraio 2017

Pizzo Brunone (m 2728)

Bella e classica gita (BSA) da 1700 metri di dislivello positivo e tanto sviluppo partendo con gli sci da Vedello. La neve era polverosa dall'alpe Caronno in sù, sotto una schifosissima crosta (dove ce n'era), poi lungo la strada mi son lasciato scivolare a valle senza neppure tentare di dare una parvenza di dignità alla mia sciata.
Dall'alpe Caronno, il tracciato per il pizzo Brunone.

Parto da solo alle 11 di mattina da Vedello (m 1032) e dopo aver raggiunto la diga di Scais e l'alpe Caronno, mi porto in sx idrografica del torrente e, insistendo a E, in fondo alla piana salgo un boschetto che mi fa accedere nel grande catino ai piedi dell'avancorpo O del Brunone. Sopra la mia testa fa capolino il rifugio Mambretti.
Presa la valletta alla mia dx (SE), faccio tanti zig zag, per poi entrare a sx nel vallone a S della costiera del Brunone. La neve pare molto stabile e mi fa pensare che forse i giorni a venire saranno ideali per tentare qualcosa di ripido. Per cui, mentre ultimo la salita, rovisto nel cassetto dei miei progetti e cerco di capire quale, nonostante il mio scarso allenamento e la mancanza del mio amico Caspoc', potrò tentare per primo.
Tornando alla gita di oggi, non c'è niente di difficile, solo un po' ripida (35°) l'uscita nell'anfiteatro conclusivo (sx). Una volta sullo spartiacque con il vallone di Scais, proseguo (E) sulla dorsale di neve polverosa fino alla cima del pizzo Brunone (m 2728, ore 4:30) che non è poi così evidente in quanto è il dosso poco pronunciato che costituisce la massima elevazione della lunghissima dorsale che divide la valle del Brunone da quella di Scais.
Sono solo, non c'è anima viva e solo nel vallone di Scais vedo tracce di sci, che però si fermano prima della base del Redorta.

Panorama sul vallone di Scais dalla cresta sommitale del Brunone.

Primo maiale in vetta al Brunone. Alle mie spalle il Redorta.

Primo maiale in vetta al Brunone. Sullo sfondo le vette di val Masino.

In alto, niente male la neve!

domenica 29 gennaio 2017

L'anello del monte Borlasca (m 1778)

Il monte Borlasca è un testone pascolivo che emerge dallo spartiacque tra la val Mengasca, a SE, e la val Garzelli - laterale della val Bodengo,  a NO. Nel volerne toccare la sommità, abbiamo colto l'occasione per visitare le due valli a cui si affaccia, compiendo un anello con partenza a San Pietro di Samolaco e mezzeria alla bocchetta di Campo.
Perle della gita sono gli alpeggi alti, in primis quello di Manco, e le azzardate mulattiere che traversano i precipitevoli fianchi delle valli Mengasca e Garzelli.
Gli antichi sentieri che uniscono il fondovalle a Santa Teresa e all'alpe Borlasca, purtroppo, sono stati rovinati sotto i m 1400 da piste per quad che li hanno sovrascritti e stravolti, rendendoli talvolta assai scomodi per gli escursionisti a piedi.
Attenzione al ghiaccio: l'inverno non è la stagione migliore per affrontare questa gita, a meno di non essere esperti e adeguatamente attrezzati.


Foto scattata dalla Motta di Avedeè l'8.1.17.

Partenza: San Pietro (m 254).
Itinerario automobilistico: da Piantedo si percorre la SS 36 fino a Somaggia. Alla rotonda si segue la seconda uscita (San Pietro/ Era) e si attraversa il passaggio a livello (17 km). Percorsa la SP52 (800 metri), all'incrocio si va a dx sulla SP2. Superato Era si arriva a San Pietro. Si sale in paese per via Tonaia e, in corrispondenza di una piazzetta (negozio, bar) si svolta a sx; a questo punto si cerca di imboccare la strada che sale a Monastero. Circa 150 metri dall'inizio della salita si trovano sulla dx i crotti con un grande parcheggio, dove si lascia l'auto. (circa 22 km da Piantedo).
Itinerario sintetico: San Pietro (m 254) - Monastero (m 400) - Santa Teresa (m 947) - Sambusina (m 1180) - alpe Manco (m 1728) - bocchetta di Campo (m 1921) - monte Borlasca (m 1778) - alpe Borlasca (m 1470) - alpe monte Pozzolo (m 1021) - San Pietro (m 254).
Tempo di percorrenza: 10-12 ore per l'intero giro.
Attrezzatura richiesta (gennaio 2017): da escursionismo, ramponi e piccozza. Utile uno spezzone da 20 m di corda per attraversare alcune vallette ghiacciate.
Difficoltà  (gennaio 2017):  3.5 su 6.
Dislivello in salita: 2000 metri.
Dettagli  (gennaio 2017): T5. Sentieri non sempre ben tenuti e segnalati. Passaggi esposti e tracce non facili da individuare, specialmente in caso di neve. Occorrono esperienza ed intuito. Nella stagione calda la difficoltà scende a T3).
Mappa: Kompass foglio n.92, Valchiavenna e Val Bregaglia, 1:50000.
Bibliografia consigliata: Segio Scuffi, Samolaco. Alla scoperta di un territorio, Biblioteca di Samolaco 2014.

Base swisstopo.ch
Partiamo dai crotti di San Pietro (m 300) e su al dritto per la dorsale che limita a oriente la val Mengasca. Ci appoggiamo a varie tracce tra le tristi selve abbandonate di castagni fino ad incrociare una pista per quad che ha snaturato l'antica mulattiera. A circa m 650 ha inizio un lungo traverso (SSE) che taglia il fianco del monte e ci porta a Santa Teresa. Purtroppo colate di cemento e variazioni di traiettoria hanno rovinato quell'antico tracciato che qualche anno fa avevo avuto modo di percorrere.
A Santa Teresa (m 965) ci sono alcuni cantieri aperti, tra cui uno appena sotto la chiesa, dove sta prendendo vita un cubo di cemento ricoperto di sassi in cui noi scherzosamente identifichiamo un garage. Santa te Teresa è il secondo maggengo di Samolaco per numero di baite e oggi è località di villeggiatura, rinomata specialmente per l'esteso panorama sulla Valchiavenna. A ridosso del ciglio roccioso del maggengo sorge la secentesca chiesetta. Ci sono delle rocce lisciate su cui vedo delle incisioni, ma, al posto di valutare il reperto archeologico, ci dilettiamo a suonare la piccola campana.
Su al dritto (O) dalla chiesetta e intercettiamo di nuovo la pista per quad che raggiunge Sambusina (m 1180), maggengo panoramico da cui nel 1927 partì una grossa frana che travolse parte delle baite di Santa Teresa.
Un tavolo con panche e targhetta, che ne indica la posa da parte dei cacciatori, anticipa di poco il punto in cui la vecchia mulattiera (dx) si sbarazza dei quad e inizia un acrobatico traverso sui precipizi della val Mengasca. È sorretta da muretti a secco e intarsiata con varie scalinate che agevolano i su e giù dell'unico percorso possibile per vincere il versante. Alcuni ruscelli ghiacciati richiedono particolare attenzione nel guadarli. Un cancello per gli asini suggerisce di chiuderci al di là Mario per una foto divertente. La tensione nel procedere è dettata, oltre che dai precipizi e dagli orridi recessi attraversati, dalla paura di trovarsi di fronte a una gola con molto ghiaccio e pendenze tali da respingerci nonostante ramponi e piccozza a seguito, ma ciò per fortuna non accade. 
Giungiamo nel centro ombrosa valle e il sentiero (m 1100 ca.) torna a salire con decisione avvolgendosi in numerosi tornanti sparsi nel fitto del bosco. Sfiorati i ruderi dell'alpe Crose, insistiamo verso SO litigando un po' col gelo. Di neve ce ne sono meno di 10 cm, il freddo è molto meno intenso che negli scorsi giorni: 4-5 gradi sotto zero, non meno. Il bosco è cosparso di rami spezzati dalla furia del vento e, quando i larici lasciano spazio agli abbandonati pascoli dell'alpe Manco, lo sguardo è catturato dalle imponenti barriere rocciose dei Moncech che chiudono l'orizzonte e solo alle 11:30 lasciano sorgere il sole.
L'alpe Manco (m 1728, ore 4:30), come scrive Sergio Scuffi, era la più grande di Samoloaco e qui vi si monticavano 60 mucche. A prova di ciò sono le numerose baite in pietra, di talmente buona fattura da essere ancora in piedi nonostante gli anni di abbandono. A O delle baite sorge il bivacco alpe Manco, una struttura in pietra e muratura molto bella e ospitale, sempre aperta per i pochi visitatori di questi luoghi.
Dopo il pranzo e il pisolino, il sole, che era sorto alle 11:30, tramonta. È l'una e ripartiamo pianeggiando a NNO per una traccia incerta, dove solo pochi rami tagliati ci confortano sulla presenza di un sentiero. Lottando con gli ontani scavalchiamo varie vallecole, perdendo anche un po' di quota, fino a scontrarci con una imponente barriera di roccia chiara con intrusioni più scure e rossastre che la disegnano. Siamo a circa m 1850 e, piegando a sx, saliamo per la vallecola erbosa che lambisce le barra rocciosa fino a guadagnare lo spartiacque con la val Garzelli. Siamo di nuovo al sole ed è piuttosto caldo. Io ho sudato 7 camicie e ora sono sulla cresta nevosa che ammiro un panorama estesissimo su tutta la val Chiavenna e sui Muncech.
Da qui non possiamo svalicare direttamente (dirupi), perciò pieghiamo a S e seguiamo la dorsale (un passaggio di II) che ci accompagna all'ampia sella della bocchetta di Campo (m 1921). Prendendo il sentiero giusto dall'alpe Manco l'avremmo raggiunta in mezz'ora, mentre noi ce ne abbiamo impiegata 1 e mezza!
Ramponi ai piedi ci gettiamo in val Garzelli (O), girando a sx il primo sperone, quindi piegando di nuovo a dx (N) e attraversando un ripiano che si chiude con un laghetto gelato. Da qui, sempre a N, perdiamo un po' di quota e imbocchiamo il sentiero che a circa m 1850 taglia alto il fianco dx della val Garzelli.
Valli, vallecole ghiaciate - santi ramponi! - cenge e svoltiamo l'angolo della dorsale che scende dalla quota 1907 (ruderi). Un sentiero ora più evidente prosegue, persa un po' di quota, pianeggiando a ENE fino alla sella ai piedi del monte Borlasca. Ci sono alcuni laghetti, che danno il nome a questo luogo, e molti abeti divelti dalla furia del vento. Lo scenario è piuttosto impressionante.
Sono le 16 e, mentre i miei compagni di gita riposano sotto un albero, faccio una scappata in vetta al monte Borlasca (m 1778), incredibile testone erboso da cui si ammirano tutti i monti della Valchiavenna e che dista meno di 10 minuti dalla sella. La quota è modesta, ma il sole indugia a tramontare su questo cocuzzolo che è ancora perfettamente illuminato, nonostante l'ombra sia già calata da tempo sulle analoghe alture della zona. Ciò è dovuto alla sua ubicazione, in linea con una breccia nella muraglia dei Muncech da cui i raggi solari filtrano anche quando l'astro è basso nel cielo. Oltre alle mie impronte ci sono quelle - probabilmente - di un pastore salito a cercare le capre.
Alcuni spogli faggi isolati nell'ampio spiazzo sommitale completano il quadro alpestre.
Ritrovati i miei soci, riprendiamo il cammino con un po' di paura di prender notte. Acceleriamo il passo cercando di restare concentrati per non perdere la traiettoria resa labile dalla neve. 
Ai piedi di un successivo testone ecco l'alpe Borlasca (m 1470), gruppo di case a vedetta sulla piana di Chiavenna. A valle dell'alpe (ESE) ha il via una pista per quad che ha sovrascritto senza alcuna remora il vecchio sentiero e lasciato al suo posto una sgarruppata stradicciola, il cui fondo è dissestato e ricoperto di pietre mobili, che raggiunge il fondovalle toccando l'alpe Monte Pozzolo e Tecc.
Dobbiamo correre che è tardi, ma il percorso fa davvero cagare. Un disincentivo per chiunque voglia raggiungere questi luoghi a piedi, almeno da San Pietro, dove, coi piedi dolenti, arriviamo assieme alla notte.


Pizzo sStella, piz da Lagh e pizzo Galleggione da Santa Teresa.

Panorama da Santa Teresa. 

Panorama da Sambusina.

Non aprite o Mario scappa!

Le dirute baite dell'alpe Manco e in lontananza l'omonimo rifugio.
  
L'alpe Manco.

Sbuchiamo su un testone a NE della bocchetta di Campo.

Verso la bocchetta di Campo.

Panorama sulla Valchiavenna dai pressi della bocchetta di Campo.

Uno dei guadi ghiacciati traversando alti sulla val Garzelli: è vietato scivolare o si viene ingoiati dalla cascata sottostante.

Sulla panoramica vetta del monte Borlasca.

Tramonto dall'alpe Monte Pozzolo.



sabato 28 gennaio 2017

Monte Alpisella (m 2756) e Sasso Campana (m 2913)

Il Sasso Campana dal monte Alpisella. In rosso il mio tracciato di salita (l'uscita del canale supera i 60°), in giallo quello - nettamente più facile e veloce - di discesa.

Nel punto in cui la val Grosina si divide in due rami disposti perpendicolarmente, val Grosina Orientale e val di Sacco, sorge il nucleo di Fusino con la sua chiesetta e la macchinetta che distribuisce i permessi per transitare nelle due valli. In questo punto, l'angolo tra le due valli è costituito dalla possente mole del monte Alpisella, cima erbosa e molto panoramica che è visibile anche da chi, percorrendo la SS38 all'altezza di Grosio, curiosa con lo sguardo in val Grosina.
Appena a O del monte Alpisella, s'alza una vetta rocciosa un po' più alta, anch'essa visibile dal fondovalle: il Sasso Campana.
Oggi con Gioia, dopo che settimana scorsa avevamo guardato a lungo queste montagne dal monte Storile, ho deciso di raggiungerle, partendo da Fusino, percorrendo dapprima il versante orientale del monte Alpisella,  e, dopo aver salito e sceso il Sasso Campana per due percorsi diversi, compiere una picchiata su Biancadino e la val di Sacco.

Il versante orientale del monta Alpisella e il Sasso Campana visti dal monte Storile.
Partenza: Fusino (m 1200).
Itinerario automobilistico: da Grosio si sale in val Grosina fino alla chiesetta di Fusino, limite ultimo di transito non a pagamento.
Itinerario sintetico: Fusino (m 1200) - Busne - monte Alpisella (m 2756) - Sasso Campana (m 2913) - Biancadino (m 2253) - Dosso (m 1250) -  Fusino (m 1200).
Tempo di percorrenza: 10 ore per l'intero giro.
Attrezzatura richiesta (gennaio 2017): ramponi e piccozza.
Difficoltà  (gennaio 2017):  4+ su 6.
Dislivello in salita: oltre 1800 metri.
Dettagli  (gennaio 2017): Alpinistica PD+ (se si evita la parete SE del Sasso Campana, la gità - in inverno - è alpinistica PD-). Pendii ripidi. Da evitare con neve non assestata.
Mappa:  Cartografia escursionistica della CM di Tirano. Foglio 1 val Grosina - realizzata dalla SETE, 1:25000.
Base swisstopo.ch.  Biancadino si trova dove in mappa sono indicate le baite del Piano.

A Fusino (m 1200) fa freddo. Ne è la prova la strada ghiacciata, pericolosa anche per noi a piedi. Raggiunto e costeggiato da O il bacino Roasco, saliamo sul fianco del monte, andandoci più volte a impegolare in mezzo al fitto e poco curato bosco. Pure i pascoli dei maggenghi, ripidissimi e puntinati da baite che si rifiutano di obbedire alle leggi della gravità, si stanno inselvatichendo. Del resto deve essere un'impresa sfalciarli, impresa a cui tuttavia, fino a pochi anni fa, i grosini non si erano mai sottratti rendendo la loro valle un esempio di cura ed ordine d'altri tempi.
A m 2000 usciamo dai boschi e, individuata una costola erbosa libera da neve, la saliamo. Le zolle d'erba sono gelate, il passo deve esser sicuro: una scivolata potrebbe costare cara.
A m 2200 inizia la neve. A tratti è dura come marmo. Su i ramponi e via verso la cresta SE del monte Alpisella.
Il cielo, fin'ora grigio e inespressivo, va poco a poco colorandosi e dei fendenti di luce illuminano le montagne.
La vista è amplissima: dal gruppo dell'Ortles a quello del Bernina, passando per le vicine cime di val Grosina. Alle nostre spalle l'ultimo tratto della valle del Roasco e Grosio. Più in alto il granito spruzzato di neve del gruppo dell'Adamello.
La dorsale, senza opporre resistenza, scavalcata la quota 2620 con bella vista su Biancadino, ci accompagna in vetta al monte Alpisella (m 2756, ore 4).
Un gruppo di 20 neri camosci corre all'impazzata giù per la valle innevata a SO del monte Alpisella.
Di fronte a noi (O) è il Sasso Campana, fiero e roccioso. Non ho idea di come ci si salga, ma iniziamo a traversare, 70 metri sotto cresta, alti sopra la conca che lo divide dal monte Alpisella. La neve è a tratti dura e a tratti inflaccidita dal sole. Vietato sbagliare.
A Gioia scappa il piede un paio di volte, così, trovato un punto riparato dal vento si ferma ad aspettarmi.
Io insisto verso il Sasso Campana. Ora non mi interessa più trovare la strada migliore, ma solo quella più svelta, così punto alla valletta che solca la parete SE e che, in alto, esplode in una raggiera di canalini molto ripidi.
Picca e ramponi e inizio la bella e breve (150 metri di dislivello) salita alpinistica (PD+).
A tratti la neve è inconsistente e non trovo gli appoggi per salire, così arrampico un po' sulle roccette laterali (III-).
L'uscita del canale che ho scelto, uno tutto sulla dx, è ripidissima, oltre i 60°, ma la brevità mi consente di sbucare sull'aerea cresta S senza troppi patimenti. Sono contento: erano mesi che non facevo più nulla di alpinistico e mi mancava il senso di vuoto sotto i piedi e la testa libera da pensieri e preoccupazioni che riesco ad avere solo in simili occasioni.
20 metri di roccette e sono in vetta al Sasso Campana (m 2913, ore 1). Una croce rivolta verso Biancadino reca  una piccola campana finemente lavorata che non esito a suonare.
Panorama stupendo. A N c'è l'alta parete meridionale della cima Viola.
Firmo il libro di vetta, contenuto in una casetta di legno agganciata alla croce, e scopro che è da settembre 2016 che non sale più nessuno.
Vedo Gioia in lontananza, un puntino rosso poco sotto cresta. Dev'essersi un po' preoccupata perchè, osservandomi da di fronte dove la prospettiva inganna, avrà pensato che stessi arrampicando sugli specchi.
Di tornare da dove son salito non se ne parla: troppo rischioso da slegato. Ci sarà un modo più facile di arrivare su questa cima? I lettori de LMD ci hanno mandato foto in vetta al Sasso Campana col cane e in costume, per cui sono fiducioso.
Infatti, curiosando a N, capisco che si passa. Pochi metri giù per ripidi blocchi e rottami ghiacciati mi depositano su un largo terrazzo addossata alla cresta. Lo percorro verso E e torno sul versante solivo dello spartiacque. Ho così aggirato la tagliente lama rocciosa che, vista dal monte Alpisella, sembrava un ostacolo insormontabile di questa dorsale.
Anziché un traverso spaccacaviglie a mezza costa, che all'andata si era rivelato molto faticoso, seguo lo spartiacque e in un attimo sono da Gioia.
È tardi: siamo invitati a cena.
Giù per la linea di massima pendenza verso S, attraversiamo una conca, giù ancora per una specie di canale, quindi pieghiamo a sx sopra un dosso e siamo in vista di Biancadino, che raggiungiamo tribolando un po' perchè la neve non porta.
Poche case e una bella chiesetta con torre campanaria costituita solo da un supporto in legno alto 4 metri con due campane di diversa tonalità. Ci portiamo dinnanzi alla facciata della chiesetta e traguardiamo tra i montanti il Sasso Campana che ben vi si incornicia. La campana di vetta, del resto, par proprio richiamare queste due più grandi. Il loro suono è penetrante e riecheggia tutt'intorno.
Il ristoro/rifugio è appena più a S della chiesetta.
È il tramonto. Togliamo i ramponi.
Giù di corsa per la strada carrozzabile fino a Foppo, poi per una pista sterrata, stretta e sconnessa, tocchiamo altre baite appese a fianchi prativi vertiginosi. Siamo diretti alla carrozzabile della val di Sacco, che non raggiungiamo subito, perchè un sentiero alto inizialmente 250 metri sopra la strada, traversa a E e la va a intercettare, abbassandosi gradualmente, solo in località Dosso. Fusino è a  20 minuti di cammino su asfalto.
Alle 8 siamo a cena. Cervo e polenta. L' esperto cacciatore che ha catturato l'animale, saputo della nostra gita, rammenda la cura e la bellezza dei pascoli eroici della val Grosina, «un museo a cielo aperto». Quasi mi spiace dovergli dire che anche  in quest'ultimo baluardo delle Alpi Retiche, inesorabilmente, i fasti del passato stanno scomparendo mangiati dalla crescente incuria.

Verso la vetta del monte Alpisella.
In vetta al Sasso Campana.

La valle di Avedo e la cima Viola dal Sasso Campana.

La chiesa di Biancadino e il Sasso Campana.

Biancadino.



domenica 22 gennaio 2017

Monte Storile (m 2471)

Il monte Storile è la montagna che domina Grosio. Ben visibile dal fondovalle e dalla SS38, lo Storile è raggiungibile tramite una pista militare della Prima Guerra Mondiale.
Noi in vetta ci siamo arrivati lasciando l'auto poco prima della chiesetta di San Giacomo, all'imbocco della val Grosina, e da lì per la pista militare passando per Poda e Fasöi.
Una bella passeggiata, molto panoramica, ma insidiosa sopra i m 2000, dove i ripidi pendii erbosi con terreno ghiacciato e chiazze di neve dura hanno richiesto molta attenzione e l'uso dei ramponi.
Dalla vetta lo sguardo copre le cime di val Grosina e il gruppo dell'Ortles Cevedale, ma offre anche uno scorcio molto significativo sul villaggio ospedaliero Morelli a Sondalo.
Per la discesa ci siamo affidati dapprima al versante nord-occidentale, dove, ramponi ai piedi, abbiamo divallato a naso lungo i ripidi e aperti pendii a NO del monte fino ad incrociare, al limite della vegetazione e in corrispondenza della piazzola valle Andegon, il sentiero ciclabile per Cigoz e Menarolo, da cui, la solita pista militare ci ha riportato a Poda. Qui, su suggerimento del Claudio (gestore del rifugio Pizzini), abbiamo un po' allungato il giro percorrendo per intero la pista militare che perde quota attraversando gli orridi valloni a picco sopra Grosio.

Il tracciato di salita visto dal fondovalle.
Partenza: parcheggio prima di San Giacomo (m 1000).
Itinerario automobilistico: da Grosio prendere la strada per la val Grosina.Superato Ravoledo, si contano 3 tornanti e sulla sx si trova il parcheggio con alberi, 500 metri prima di San Giacomo.
Itinerario sintetico: parcheggio prima di San Giacomo (m 1000) - San Giacomo - il Pozzo - Poda - Fasöi (m 1823) - Crapadù - monte Storila (m 2471) - piazzola valle Andegon (m 1950) - Cigoz (m 1949) - Menarolo - Poda - Grom (959)- parcheggio prima di San Giacomo (m 1000).
Tempo di percorrenza previsto: 9 ore.
Attrezzatura richiesta: solitamente da escursionismo, ramponi oggi indispensabili.
Difficoltà (condizioni odierne) / Dislivello: 3+ su 6 / 1500 metri in salita.
Dettagli: T4+ (condizioni odierne). Salita su pista militare, ma oltre i m 2000 si attraversano ripidi pendii gelati ed esposti con visega e neve dura. Pendii sui 35° nella discesa per il versante NO.
Mappe: Cartografia escursionistica della CM di Tirano. Foglio 1 val Grosina - realizzata dalla SETE, 1:25000.
L'itinerario di oggi. Base swisstopo.ch.

La chiesetta di San Giacomo. 

La val di Sacco e la vetta Sperella da Poda.

Grosio da Fasöi.

Le baite superiori di Fasöi

Fuori dal bosco la traccia si fa meno marcata e i pendii erbosi diventano insidiosi.

Sullo sfondo, la vetta del monte Storile, raggiunta da molte tracce.

Gli ultimi metri di cresta per la cima.

In vetta.

Il villaggio Morelli dall'alto.

Sguardo sul gruppo del Bernina.

Discesa da NO. 

Impressionante muraglione che regge la pista militare sotto Poda.





domenica 15 gennaio 2017

Bianzone - monte Cancano : il doppio km verticale

Il tracciato visto da Carona (foto Carlo Nani).

È possibile fare 2000 metri di dislivello in meno di 7 km? A Bianzone sì, partendo dalla chiesa di San Siro e arrivando per una linea diretta in vetta al monte Cancano (m 2438). Per ora vi mostro qualche foto di questo tracciato di cui, su suggerimento di Edj Polinelli e con l'interessamento del sindaco di Bianzone, abbiamo fatto un paio di ricognizioni. Troverete la descrizione dettagliata e tutti i dati tecnici sul n.42 de LMD, quando il tracciato sarà anche pulito e segnalato.

Il tracciato su base swisstopo.ch
Il profilo da traccia GPS importata in google earth.

Nei vigneti dopo i primi 100 metri di dislivello.

200 metri di dislivello.

Una bella baita in una radura tra i boschi.

Verso Piazzeda lungo il vecchio sentiero.

Tra le case di Piazzeda.

Poco sotto Nemina Bassa.

Nemina Bassa.

Non molto distante da Nemina Bassa abbiamo rilevato i primi 1000 metri di dislivello positivo dopo 3,85 km di cammino.

Le baite in cima ai prati di Nemina di Mezzo.

I ruderi di Nemina Alta, dov'era anche una caserma della finanza.

Sulla dorsale S del monte Cancano, in uno dei tratti più ripidi.

C'è chi preferisce salire a quattro zampe.

La piazzola all'incrocio col Sentiero Italia. 
Dalla vetta del monte Cancano.
Lungo la salita l'11 gennaio 2017.